CAPITOLO 2 – IL SEGRETO DI JAMIE
“Secondo la proprietà invariativa, moltiplicando il numeratore ed il denominatore di una frazione per uno stesso numero naturale o dividendo numeratore e denominatore per un loro divisore comune, si ottiene una frazione dello stesso valore...”
La fronte corrucciata e le labbra arricciate in una smorfia di pura concentrazione, l’espressione che ne derivava e che aleggiava sul volto di Eleanor Calhoun poteva dirsi quasi buffa.
“Dunque” – soffiò ad alta voce – “Se io moltiplico il numeratore per il denominatore...no, aspetta...lo stesso numero naturale che divide il divisore comune...oh, accidenti..”
“Complimenti, è la risposta giusta!”
Sullo schermo del televisore alle sue spalle, Jimmy Brown conduceva l’ormai storico “Quiz delle ventidue”, trasmissione che andava in onda alle ventidue di ogni mercoledì sera e - guarda caso – si componeva di ventidue domande.
Un'occhiata assassina investì il monitor da 19 pollici, su cui ora campeggiava una donna mezza esaltata con una cascata di gettoni d'oro in sovraimpressione che parevano pioverle addosso.
Nell riportò lo sguardo sull'odioso libro di matematica un attimo prima che una risatina giungesse alle sue orecchie.
Tornò a voltarsi verso il televisore, aspettandosi di incrociare lo sguardo insopportabilmente allegro di Jimmy Brown. Stranamente, si ritrovò invece a guardare una reclame di biscotti.
Telecomando alla mano, pigiò il tasto rosso in cima a destra, facendo piombare la stanza nel silenzio e tornando a prestare attenzione a quelle forme aliene che si nascondevano sotto il falso nome frazioni.
"Ricapitoliamo..." - disse ad alta voce, conscia che era in realtà la decima volta che cercava di fare il punto della situazione - "Moltiplicando...anzi no, dividendo...oh, insomma!" - sbottò poco dopo, mentre la matita che muoveva senza sosta, imprigionata tra due dita tese, spiccava il volo in un susseguirsi di capriole che cozzarono presto contro il muro.
Al rumore secco della mina che andava a pungere l'intonaco, macchiandolo, ne seguì un secondo.
Di nuovo quel suono. Una risatina sommessa.
Le iridi verdi di Eleanor passarono in rassegna la stanza, soffermandosi prima sul televisore spento, poi sulla finestra aperta. Fuori, il buio.
Tende lunghe fino al pavimento ondeggiavano inquiete, mosse da quello stesso vento che rendeva il cielo notturno incredibilmente pulito.
"C'è qualcuno?" - domandò alla camera apparentemente deserta, dandosi poi della stupida per quell'assurdo sospetto.
La colpa era tutta della Miller, senz'altro. Lei e le sue fra
Ioni da dividere, che la tiravano scema
"Dividerei volentieri te, Acidula" - sbottò insofferente - "In tante, piccole fettine..."
"Chi è Acidula ?"
La testa della piccola Calhoun scattò a sinistra, lo sguardo che correva veloce alla finestra.
La luna rifletteva il suo pallore sul davanzale di granito lucidato. Oltre gli infissi di legno, soltanto il fruscio delle foglie.
Che a parlare fosse stato lo spettro della sua acida insegnante?
Non era molto convincente, come fantasma. Va bene tutto ma la Miller non aveva certo quella voce infantile...e maschile, per giunta.
Questo, senza contare il fatto che Aghata Miller, la bisbetica e zitella insegnante di matematica alla scuola di Windless Island risultava essere viva e vegeta.
“Ok, sono ufficialmente diventata pazza...” – concluse, chiudendo gli occhi.
“Ma no che non sei pazza”
Le palpebre di Nell schizzarono verso l’alto, sbattendo poi come saracinesche impazzite. Seduto sul
suo davanzale, le gambe a penzoloni verso l’interno della stanza, un ragazzino che fino a mezzo secondo prima non c’era.
Aveva chiuso gli occhi davanti a una finestra vuota, giusto il tempo di un battito di ciglia...e l’attimo dopo,
lui era lì.
Non urlò, nè tantomeno si diede alla fuga, imboccando la porta e precipitandosi a perdifiato giù per le scale.
Invidiabile coraggio? Lodevole sangue freddo?
Affatto.
Semplicemente, era troppo sorpresa.
Per parlare, per agire. Per pensare.
Secondi lenti come l’attesa del tuono dopo il lampo di un fulmine troppo lontano si susseguirono uno dopo l’altro.
"E tu chi sei?" - fu tutto ciò che riuscì a dire quando ritrovò la voce.
Un sorriso increspò le labbra del ragazzino. Ad occhio e croce doveva avere dieci, massimo undici anni.
"James" - rispose allegro.
"James?" - ripetè Nell, perplessa, quasi si fosse aspettata che quell'unica parola contenesse tutte le risposte alle domande che inevitabilmente si facevano strada nella sua mente. Perché non l'aveva mai visto prima di allora, come diavolo aveva fatto ad arrampicarsi fino alla sua finestra, cosa voleva...
"Si, James" - confermò lui - "Ma puoi chiamarmi Jamie, lo fanno tutti. Beh, tutti tranne Adam a dire il vero. Lui odia i soprannomi"
Tutti chi?
E chi era Adam?
Nell scosse la testa, confusa. Nella testa, migliaia di punti interrogativi, grossi come una casa.
"James...Che cosa? Voglio dire, non ce l'hai un cognome?"
"Jamie" - la corresse tranquillo, prima di affermare con tono fastidiosamente ovvio - "Tutti hanno un cognome"
Eleanor Calhoun era indecisa. Le possibilià erano due: o
Jamie era davvero poco sveglio, oppure - caso più probabile - si stava divertendo a prenderla in giro.
"Grazie per l'informazione" - replicò sul risentito andante - "Ora che abbiamo appurato che tutti hanno un cognome, saresti così gentile da dirmi il tuo?"
"Nessuno ti ha mai detto che sei strana?" – domandò di punto in bianco, invece di risponderle.
Gli occhi di Nell si allargarono a dismisura - "Scusa?!?"
“Si, beh....insomma, tu nemmeno mi hai detto il tuo nome, e già pretendi di farmi il terzo grado..."
Pretendeva? Ovvio che pretendeva, quella era casa sua!
L'avrebbe etichettato su due piedi come essere maschile - formato bambino - decisamente insopportabile, se non fosse stato allo stesso tempo così interessante.
C'era qualcosa,in quelle iridi dello stesso colore del fumo.
Qualcosa che la incuriosiva, che l'attirava.
Che l’affascinava.
"Nell" - si ritrovò a rispondere, quasi controvoglia - "Sta' per El..."
"Eleanor" - l'anticipò lui - "Eleanor Calhoun. Sì, lo so."
"E allora me l'hai chiesto a fare?" - saltò su, dimenticandosi di chiedersi come facesse a saperlo, la mente troppo impegnata a decretare che se c'era qualcuno di strano, tra i due, non era certo lei.
"Così"
La risposta del ragazzino equivalse a una conferma.
"Sai, sto ancora cercando di capire cosa ci fai, alle dieci di sera, seduto sul davanzale della mia finestra" - esordì la piccola Calhoun, ben decisa a mettere le cose in chiaro.
Lo sguardo le cadde inevitabilmente sulla finestra aperta, dietro di lui - "Ma come ci sei riuscito?" – domandò poi, avvicinandosi a sua volta e scansandolo un poco, prima di ficcare fuori la testa - "Non puoi esserti arrampicato sull'albero!"
James Senza Cognome rise, quasi avesse appena fatto chissà quale battuta divertente - "Vedi altro su cui ci si possa arrampicare, a parte l'albero?"
"No" - dovette ammettere Nell.
"Quindi..." - soffiò con fare ovvio, come a sottolineare che quella, dopotutto, era l'unica spiegazione.
“Potresti aver usato una scala” – fu la sensata obiezione della biondina, che a dire il vero perdeva un po’ di credibilità per via del fatto che di scale a pioli – in giro – non vi era nemmeno l’ombra.
“Una scala?” – James la guardò sorpreso – “Perchè mai dovrebbe servirmi una scala?”
“Oh, lasciamo perdere...” – si spazientì Eleanor, le mani sui fianchi in una posa che di minaccioso aveva tuttavia ben poco – “Senti, non so cosa vuoi e credimi, nemmeno m’interessa, ma vedi di..”
“Siamo di cattivo umore, eh?” – rispondere alle domande con altre domande sembrava essere un vizio piuttosto ricorrente - “E’ per via delle frazioni?”
“Si” – il monosillabo lasciò le sue labbra prima che potesse impedirlo – “Volevo dire no. E poi non sono affari tuoi!”
“Sentivo che leggevi ad alta voce, poco fa” – proseguì imperterrito James – “La proprietà invariantiva sembra una cosa tanto complicata ma in fondo in fondo è una stupidata...”
Nell lo fissò con sospetto, cercando qualche traccia di velata ironia nella sua voce.
Non ne trovò nemmeno una.
Al contrario, l’esame attento a cui stava sottoponendo l’inaspettato ospite la portò ad annotare mentalmente un paio di cose a cui non aveva prestato attenzione fino a quel momento.
Alto una spanna più di lei, James indossava un paio di jeans all’ultima moda e una maglietta a maniche lunghe verde scuro, con un famoso marchio di abbigliamento stampigliato al centro.
Il ricordo del passato la colse di sorpresa, l’eco e i profumi di una città che portava impressa nel cuore, quasi marchiata a fuoco.
Los Angeles.
Luci, suoni, colori.
Vita frenetica. Dove la moda, il gossip e i party dalle luci sfavillanti la facevano da padroni.
Nulla a che vedere con Windless Island.
L’isola sembrava essere isolata dal resto della terraferma non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello temporale.
Un’altra era, ritmi completamente diversi.
Poche pretese. Talvolta nessuna.
Dal punto di vista di Eleanor Calhoun, si poteva riassumere il tutto con tre sole parole: una noia mortale.
“Che hai da fissare?”
La voce di James la riportò bruscamente al presente, strappandole un’espressione impacciatamente goffa.
Involontariamente, si ritrovò a fissarlo ancora più di prima.
I folti capelli neri, scompigliati dal vento, scendevano a coprirgli appena la fronte. La pelle alabastrina, illuminata dal chiarore della luna, sembrava aver perso ogni traccia di colore, facendo spiccare ancora di più i luminosi occhi grigi.
“No, niente, io...” – incespicò la biondina, optando poi per sviare la domanda con il primo argomento preso a caso – “Ti stavo ascoltando. Dicevi, della proprietà invariantiva...?”
Le iridi di piombo s’illuminarono.
“Beh, in poche parole” – riprese a dire lui – “la cosa è così: se tu hai tre mele e le dai a tre amici, ogni persona riceve una mela, giusto?”
Nell annuì.
“Ora, diciamo che le mele sono il numeratore e gli amici il denominatore. Mi segui?”
“Non sono mica stupida. Certo che ti seguo!” – ribattè offesa.
“Era così per dire” – sbuffò James di rimando, le labbra piegate in una smorfia – “Ad ogni modo, se moltiplichi numeratore e denominatore per due, vuol dire che raddoppi sia le mele che gli amici. Sei mele, sei amici...il risultato però non cambia, ogni amico riceve comunque una sola mela”
La piccola Calhoun lo scrutò per un lungo istante, nel più assoluto silenzio.
Possibile che fosse davvero così semplice?
Tutti quei paroloni complicati, per spiegare una banalità simile?
Possibile? Forse sì.
E questo poteva significare solo una cosa: Acidula Miller si sarebbe ritrovata presto una rana nella borsa. Parola di Nell Calhoun.
Al momento, però, c’era un’altra piccola questione in sospeso.
“James?”
“Si?”
“Tu non sei venuto qui per chiacchierare con me della proprietà invariantiva”
Non era una domanda, ma un’affermazione.
“No” – concordò tranquillamente il morettino – “Sono venuto per la trottola”
“La trottola?”
“Si, la mia trottola. Quell’affare di legno rosso e blu che - pensa un po’ - sa anche girare su sè stesso...”
Eleanor non prestò attenzioe all’ironia di quell’ultimo commento. Nella sua mente, un’immagine fin troppo nitida. Una vecchia trottola di legno dai colori sbiaditi.
Quello stesso oggetto che l’aveva fatta inciampare poche ore prima in giardino, e che lei aveva inizialmente scambiato per un sasso.
“Eri tu!” – sbottò l’istante successivo.
“Io?”
“Oggi pomeriggio, sull’albero” – insistette lei.
Jamie si strinse nelle spalle – “Mi è caduta”
“Ti è caduta
dall’albero.”
Eleanor era testarda quanto un mulo. E forse anche di più.
C’era solo un piccolo dettaglio che non tornava. Piccolo, ma non per questo meno importante.
Ricordava di aver sollevato gli occhi verso l’imponente pianta, subito dopo aver udito quello strano rumore.
Foglie larghe, verdi, a cinque punte. E rami contorti. Nient’altro.
“Tu
eri sull’albero. Ma poi quando ho guardato non c’eri più” – decretò, pur consapevole del ragionamento apparentemente contraddittorio – “Come hai fatto?”
James nemmeno provò a negare. Lo sguardo placido e sereno di poco prima era stato tuttavia sostituito da un’espressione reticente.
“Ascolta, io sono venuto solo a riprendermi la mia trottola” – soffiò spazientito - “Quindi perchè non me la restituisci così mi levo di torno e ti lascio tornare alle tue frazioni? Sono quasi le undici, tra poco tua nonna verrà a controllare se sei a letto”
Nell rimase a bocca aperta, stupefatta – “E tu come lo sai? Mi spii?”
“Non ti stavo spiando!” – si difese, il tono leggermente esasperato- “Mi limitavo a osservare”
Le braccia incrociate e gli occhi incandescenti, la piccola Calhoun sembrava non condividere per niente l’affermazione - “A casa mia osservare di nascosto equivale a spiare”
“A casa mia no”
“Beh, mi spiace informarti che l’intruso qui sei tu, non io” – frecciò Nell, mentre i decibel aumentavano incontrollati.
“Si
spia per un motivo preciso, se invece lo fai per ammazzare la noia, senza un secondo fine, allora si chiama
osservare”
“Mi prendi per scema?” – sbraitò, un diavolo per capello.
“Abbassa la voce se no vuoi che tuo nonno ti senta e si chieda con chi stai parlando” – l’avvertì, muovendo il palmo aperto verso il basso.
“Allora non hai spiato a dovere, perchè si da il caso che mio nonno guarda sempre la televisione fino a tardi, la sera” – fu la replica pungente che seguì.
“L’ha appena spenta”
Eleanor si ammutolì, impreparata a una risposta del genere.
Tese l’orecchio, mentre lo sguardo di giada correva verso la porta chiusa.
Dal piano di sotto, nessun rumore.
“Stai tirando a indovinare. Se anche fosse accesa, da qui non si sentirebbe comunque” – affermò convinta – “Cosa credi, guarda che io qui ci abito. Certe cose le so!”
“Si, si, va bene” – tagliò corto James – “Ora posso riavere la mia trottola, per piacere?”
“No.”
“Scusa?”
“Ho detto di no” – ripetè Eleanor, irremovibile.
“E perchè?”
“Tu l’hai lasciata lì, io l’ho trovata, adesso è mia.”
James la fulminò con un’occhiata - “Io non l’ho
lasciata lì. Mi è caduta, è diverso”
“Il risultato non cambia”
“Invece si, praticamente me l’hai rubata” – l’accusò, staccandosi dal davanzale e cominciando a guardarsi in giro.
“Da che pulpito!” – le braccia conserte, la biondina non lo perdeva d’occhio nemmeno per un istante – “Tu sali di nascosto sul mio albero, mi spii, ti introduci in camera mia senza essere stato invitato e ora pretendi pure di farmi la predica? Hai voglia di scherzare, spero...”
“Scommetto che nemmeno ti piace” – asserì il ragazzino, fermando lo sguardo d’ardesia sui cassetti della scrivania a muro.
“A chi mai potrebbe piacere quel pezzo di legno? E’ vecchio, scheggiato e i colori si vedono a malapena” – Nell elencò le pecche del giocattolo senza risparmiarsi, contandole sulle punta delle dita.
“Non è vecchio, è antico” – precisò lui.
La risata di scherno che seguì parve dargli sui nervi.
“Ridammela” – insistette, il sorriso di alcuni minuti prima definitivamente cancellato da quel volto incredibilmente pallido.
“No” – s’impuntò la piccola, ripetendo ancora una volta quel monosillabo – “E che non ti passi per la mente l’idea di curiosare nei miei cassetti, sia chiaro. Muovi anche solo un dito e io...”
“Tanto qui non c’è, ho già controllato prima” – la interruppe, una considerazione più rivolta a sè stesso che a lei – “Devi averla nascosta prima di salire, o addirittura prima di andare a cena. C’era il cane di quella vecchia megera che non la finiva più di abbaiare, se non mi allontanavo per un po’ mi avrebbe di sicuro scoperto”
“Che cosa?!?” – insorse Nell – “No, frena, fammi capire... mi stai spiando ininterrotamente da oggi pomeriggio?”
“
Osservando” – la corresse di nuovo – “Dovevo pur sapere che fine faceva la mia trottola, ti pare?”
Nell tacque. Ripensò alla cena, il rumore delle posate sui piatti di porcellana da cui si levava un delizioso profumo di arrosto, la televisione che trasmetteva il telegiornale, e si...l’abbaiare fastidioso di Argo in sottofondo.
Cinquanta chili per quasi novanta centimetri di altezza, il tutto unito a un’insana mania di protagonismo, facevano di quell’alano arlecchino il cane più odiato di tutta l’isola.
Non che la sua padrona, Reina Carpenter, fosse il massimo della simpatia. Quella vecchia rompiscatole dal volto incartapecorito aveva sempre da ridire su tutto e tutti, quando invece avrebbe fatto meglio a guardarsi allo specchio e ad annusare i suoi orridi vestiti antiquati, che tanfavano di naftalina a metri di distanza.
“Si, Argo è una vera piaga” – si ritrovò a commentare, soprapensiero.
James scrollò le spalle – “Un cane vale l’altro, mi detestano tutti”
E con quell’uscita si guadagnò l’ennesimo sguardo stranito da parte di lei.
“Tornando alla mia trottola” – riprese il moro – “Hai appena detto che non ti piace nemmeno. Che la tieni a fare?”
“Non lo so. Così, suppongo.” – Nell parve pensarci su qualche secondo, quindi sbottò – “E va bene, dai, giusto perchè mi fai pena...”
La bocca di lui si stirò istantaneamente in un sorriso. Un sorriso che gli gelò sulle labbra, appena si sentì chiedere – “Tu però che cosa mi dai in cambio?”
“Eh?”
“Sto parlando di uno scambio, James. Altrimenti ti sogni la trottola”
Non sembrava stesse scherzando. Tuttavia si diceva che la speranza fosse l’ultima a morire, così provò a buttarla sul ridere.
“Tu mi restituisci la trottola, e io ti dico grazie” – abbozzò.
“Poverino” – lo schernì diffatti Nell – “Facciamo che tu mi dici grazie e io ti dico prego...e qui siamo pari. In cambio di quel vecchio coso di legno che mi dai?”
Di quel passo non sarebbe mai venuto a capo di nulla, dovette ammettere.
Certo, poeva perquisire casa da cima a fondo mentre tutti dormivano, ma aveva già abbastanza problemi senza bisogno di accollarsene di nuovi.
Per un attimo pensò di rinunciare. Al mondo c’erano milioni di trottole.
Ne avrebbe potute avere quante ne voleva.
Peccato che fosse interessato solo a una in particolare.
Quella trottola. La sua.
Una merce di scambio ce l’aveva, eccome se ce l’aveva. Qualcosa di raro e sorprendente, che valeva ben oltre un pezzo di legno.
Ma poteva fidarsi?
La guardò a lungo negli occhi, sondando quelle iridi verdi, luminose e attente.
Eleanor Calhoun era una bambina strana. Fuori dal comune.
Forse era proprio per questo che gli andava a genio, tanto da trovarla incredibilmente simpatica. Nonostante la lingua lunga, il carattere impulsivo e chissà quanti altri mille difetti.
Ma soprattutto, desiderava un’amica.
Una persona con cui confidarsi, chiacchierare. Essere semplicemente sè stesso.
Era passato così tanto tempo dall’ultima volta...
Sì, decise. Poteva fidarsi.
Qualcosa nel suo sguardo limpido gli diceva che non l’avrebbe tradito.
“Un segreto” – la voce ferma, pericolosamente calma – “In cambio ti posso rivelare un segreto”
“Un segreto?” – sul viso di Eleanor si alternavano curiosità e stupore – “Che segreto?”
“Se te lo dico non è piu tale” – considerò giustamente James – “Prima devi dirmi se accetti o no.”
“Magari è qualcosa che so già”
Jamie rise, rise di gusto – “Impossibile, te l’assicuro”
Il labbro inferiore stretto tra gli incisivi superiori, Nell parve soppesare la proposta.
“Ok” – affermò infine – “Ma prima svuoti il sacco, e
poi ti restituisco il tuo aggeggio. Se no finisce che appena torna nelle tue mani sparisci”
E lui era tanto bravo a sparire su due piedi. Questo poco ma sicuro.
“Potrei darti la mia parola...”
“E chi mi dice che valga qualcosa?” – l’ironia stentava ad abbandonare le corde vocali della biondina, ma sul suo viso ora aleggiava l’ombra di un vago sorriso.
Lui si impettì, inarcando un sopracciglio – “Nessuno ha mai messo in discussione la parola di un Sinclair!”
Il silenzio calò come un manto di cemento su quella parola.
Schiacciandola, disintegrandola.
Lasciando che l’eco di infiniti frammenti avvelenasse l’aria.
Sinclair.“Sinclair? Hai detto Sinclair?” – Nell abitava da poco su quell’isola, ma sapeva già tutto quello che c’era da sapere. E tra le varie cose che le erano state raccontate, c’era la storia dei Sinclair.
“Già” – affermò Jamie, prima di togliersi un beneamato sassolino dalla scarpa – “Pare che alla fine un cognome ce l’ho anche io”
James Sinclair.
Nell scosse la testa, confusa - “Non ci sono più i Sinclair su quest’isola. Sono morti tutti, una vita fa”
“Io non ci giurerei” – fu il commento sibillino che ebbe in risposta.
Lei sollevò la mano destra, inforcando con due dita una ciocca ribelle che le spioveva sulla faccia, prima di ficcarla dietro l’orecchio con un moto di stizza. Odiava le frasi a metà.
Le odiava da morire. Parole che potevano volere dire tutto o niente.
Poi, l’intuizione.
“Ho capito” – sospirò, quasi sollevata – “Sei un loro discendente. Probabilmente il ramo della tua famiglia se ne è andato prima che succedesse tutto quel casino”
Il ragionamento non faceva una piega. C’era da dargliene atto.
“Hn, no, non proprio”
“No? Non sei un loro parente? Vero, non avevo calcolato questa possiblità...dopotutto chissà quanti Sinclair ci sono al mondo” – riprovò lei, mentre la pazienza cominciava a venirle meno. Ma non poteva limitarsi a dire le cose come stavano, invece di girarci attorno a dismisura?
“Oh, per quello sono senza dubbio miei parenti. Dal primo all’ultimo, ti assicuro.”
“Ma tu non sei di queste parti. Voglio dire, sono qui da un po’ di mesi e non ti ho mai visto prima. E nemmeno sentito nominare, ora che ci penso”
Jamie rise di nuovo - “Direi che è inesatto”
“Quello che è!” – sbottò Eleanor, stufa di quel gioco che stava andando troppo per le lunghe – “Aspetta, non mi dirai che questo era il segreto vero? No, perchè se è così puoi anche scordarti la...”
“No, non è questo” – la interruppe, pregustandosi la faccia di marmo che certamente lei avrebbe fatto di lì a poco – “Non solo, perlomeno”
“E quindi?” – incalzò, prima di decidere di concedersi una piccola rivincita, prendendolo in giro – “Sei un ricercato? Un agente segreto della CIA? No, aspetta, ci sono...sei un clone inviato dagli alieni con lo scopo di spiarci! E’ per quello che seguivi ogni mio passo!”
Attaccò a ridere di gusto, per le sue assurde supposizioni. Rideva e rideva, al punto che alcune stille salate si addensarono sugli angoli degli occhi.
Senza fretta, James attese che quell’attacco di ilarità scemasse, quindi si preparò a sferrare il colpo di grazia.
Inclinò la testa di lato, fissando le pupille nelle iridi verdi di lei.
Quando parlò, la sua voce si accese di mille nuove sfumature.
Uguale e diversa allo stesso tempo. La voce di un bambino unita a quella di un tempo che non avrebbe mai avuto fine.
“Spiacente di deluderti” – replicò ghignando, sfoderando una fila di denti pari, di un bianco splendente - “Sono soltanto un vampiro”


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