CAPITOLO 29 – LA NOTTE PIU’ LUNGA (II parte)
Papaveri.
Una distesa immensa di papaveri rossi, mossi dal vento.
Nuvole di piombo, sopra la sua testa.
E il profilo di Chateau Deveraux che si stagliava contro l’orizzonte.
Dov’erano Deja e Trev? E Dory?
Cosa ci faceva lì?
Che fine avevano fatto tutti gli altri?
Le prime gocce di pioggia gli lambirono il volto. L’aria fredda e insistente ghiacciava le ossa.
Un colore violaceo aleggiava tutt’intorno. Viola sulle pietre secolari che sorreggevano l’antico castello, viola nel cielo sinistro e minaccioso, viola la superficie del lago, piatta e statica.
Viola ovunque. Viola, e il rosso di quei maledetti papaveri.
Ora pioveva più forte.
La sinfonia di migliaia di gocce che cadevano a terra.
E poi, dal nulla, quella voce.
“Lancelot?”Il cuore cominciò a pompare sangue a più non posso. Sangue cristallizzato dal timore di una mera illusione, e dalla speranza, che nonostante tutto continuava a sopravvivere.
Era una visione?
No, l’avrebbe altrimenti capito. Le visioni non erano così reali.
Lui si limitava a guardarle. Non a viverle.
“Lancelot, vieni qui con me, amore...oh, guarda quanti papaveri! Sono così belli...”La voce melodica e gentile di Anthea Zabini gli saturò le orecchie.
Era un suono che faceva male. Dolore acuto che si sfogava in stille salate, mischiate alla pioggia.
“Mamma?” – si ritrovò a gridare, quasi senza accorgersene – “Mamma, dove sei?”
“Qui, tesoro. Dai, aiutami a raccoglierli...”I vestiti fradici e le membra intirizzite, Lance cominciò a correre verso il lago, da dove sembrava provenisse la voce.
In prossimità della sponda del piccolo bacino naturale, l’erba era più alta.
“Mamma?”
Di Anthea Zabini, nemmeno l’ombra.
Gli occhi viola spalancati a dismisura, Lance si lasciò cadere in ginocchio sulla riva, sporgendosi quel tanto che bastava per specchiare la propria figura su quel velo d’acqua.
Scorse l’ansia riflessa nel suo stesso sguardo.
Un istante dopo, accanto a lui, apparve il volto di una donna. Lineamenti fini, avvolti da un’aura luminescente.
Si limitò a fissarlo in silenzio, quindi piegò le labbra in un sorriso.
Nessuno al mondo aveva un sorriso più bello di Anthea Zabini. Lance lo sapeva bene.
Lo ricordava perfettamente.
Lo stava guardando. “Mamma!”
Lancelot scattò in piedi, pronto a gettarsi tra le braccia della madre.
Accanto a lui, nient’altro che pioggia e fili d’erba spazzati dal vento.
La delusione gli avvelenò il cuore.
Com’era possibile? Solo un secondo prima stava guardando il suo riflesso, in piedi al suo fianco.
Giusto il tempo di sollevare lo sguardo, un fugace battito di ciglia, e lei non c’era più.
“Mamma...” – bisbigliò, mentre nuove lacrime sgorgavano incontrollate da quegli occhi più lucidi che mai.
La risata melodica di Anthea gli fece roteare le pupille all’istante, giusto in tempo per vederla scomparire tra gli alberi, un centinaio di metri più in là.
“
Vieni, tesoro” – lo raggiunse l’eco di lei –
“Seguimi. Da questa parte...”Un lembo di cotone bianco che ondeggiava, l’orlo svolazzante del suo vestito. Ed era sparita di nuovo.
Lancelot riprese a corre, inseguendola.
Come cercare di afferrare uno spettro. Un secondo prima era lì, l’attimo dopo svanita nel nulla.
“Mamma!” – gridò con tutta l’aria che gli bruciava nei polmoni.
L’eco delle risate di lei gli indicavano la strada. Piccole briciole di pane disseminate a brevi intervalli, suoni che mai nella sua vita avrebbe potuto dimenticare.
Si ritrovò ben presto di fronte a una barriera di pietra grezza, un alto muro perimetrale che racchiudeva un giardino.
Non una pezza di prato qualsiasi, ma l’eden privato di sua madre.
Il suo rifugio segreto, il posto dove amava trascorrere interi pomeriggi.
La porta di legno dalle assi malandate era coperta da un fitto strato di edera rampicante.
Ma ciò che catturò la sua attenzione fu un’altra cosa. Un lucchetto arrugginito giaceva a terra, ai piedi dell’anta socchiusa.
Quasi in trance, Lance allungò la mano verso la targhetta inchiodata al muro, lasciando che i suoi polpastrelli bagnati scorressero sulla scritta in rilievo.
Anthea’s Garden.
Il giardino di Anthea Zabini. Un piccolo ritaglio di paradiso, per sua madre.
“Lancelot...”
Ancora lei. La sua voce.
E proveniva dal giardino.
Un brivido di eccitazione percorse le sue membra intorpidite dal freddo.
Quella porta era l’unico accesso al giardino. Stavolta ci era vicino.
Vicino per davvero.
Stava per riabbracciare sua madre.
Varcò senza indugio l’ingresso, ritrovandosi di colpo in un luogo che per lui era splendido e orribile allo stesso tempo.
Papaveri rossi. Dappertutto.
Così fitti da essere costretti a camminarci quasi sopra, calpestandoli.
Alberi maestosi si ergevano qua e là, i tronchi allargati dagli anni ricoperti di erbe rampicanti.
Si ritrovò a rallentare il passo, avanzando cauto. Guardandosi attorno.
Assaporando ogni istante di quel momento, carezzando quella speranza che aveva osato coltivare di nascosto per anni, nascondendola anche a sè stesso.
Rivedere sua madre.
Abbracciarla di nuovo.
Un’ultima volta. Soltanto una. E migliaia di altre ancora.
“Mamma?”
Le iridi d’ametista si muovevano senza sosta, scrutando ogni angolo, ogni minimo movimento.
Anthea non rideva più.
Ma doveva essere lì per forza. Doveva.
La pioggia scemò velocemente, una drastica interruzione che sapeva di irreale.
Le sue orecchie si dolsero dell’improvviso silenzio. Muto suono di un nero presagio.
C’era tensione, nell’aria.
Ferma, palpabile. Una sferzata pronta al colpo di grazia.
Lancelot Rudiger Deveraux chiuse gli occhi, serrando le palpebre così forte da avvertirne la fastidiosa pressione sui bulbi oculari.
La speranza tramutata in terrore.
Perchè improvvisamente sentiva che, di qualunque cosa si trattasse, non sarebbe stato risparmiato.
E così fu.
Dapprima lento, quasi lontano, il cigolio sinistro s’insinuò scaltro nelle sue orecchie.
Carezzando i suoi timpani con una mano adorna di artigli.
Si voltò piano, passandosi le dita sugli occhi per rimuovere il velo d’acqua che rendeva il suo sguardo appannato.
Un’altalena.
Oscillava piano, a una decina di metri da lui. Studiò il seggiolino, un asse di legno rettangolare, fradicio e marcio.
Due catene arrugginite erano inchiodate ai lati, e risalivano tese fino al ramo della possente quercia a cui erano state fissate.
Folate di vento si susseguivano impietose, facendo dondolare l’altalena avanti e inditro.
Avanti. E poi ancora indietro.
Le magli di ferro stridevano l’una contro l’altra. Intrecciate, costrette. Prigioniere.
Un suono senza eco, secco e stridente.
“Lancelot...”
“Lancelot...”Nella sua mente, ogni cigolio rievocava le urla disperate di sua madre.
I ricordi tornarono prepotentemente a galla, immagini indelebili che per un breve momento era riuscito a cancellare.
Sua madre era morta.
Torturata e poi uccisa, in quello stesso giardino.
Il ricordo si fece ancora più nitido. Anthea che si dondolava sull’altalena, sorridente.
E lui, stupido, si era allontanato per rincorrere una farfalla dalle ali dorate, l’unica specie che osava sfidare il freddo dell’inverno.
Nevicava, quel giorno.
Neve soffice e bianca, con la quale avevano eretto un pupazzo giusto poche ore prima.
Due bottoni per gli occhi, una carota come naso. E ci avevano riso sopra come matti!
Forse era stata la spensieratezza di cui ancora godeva a renderlo così distratto.
O forse il manto candido che atuttitiva tutti i suoni, rendendoli ovattati.
Perchè quando le urla strazianti di Anthea Zabini erano giunte alle sue orecchie, era ormai troppo tardi.
“Mamma!”
Aveva cominciato a correre, più veloce che poteva, intravedendo da lontano alcune figure incappucciate.
Ma quando aveva finalmente varcato l’ingresso del giardino, si era ritrovato solo.
Nessun mantello nero a fare da contrasto coi fiocchi immacolati che scendevano dal cielo.
Solo il cadavere già freddo di sua madre, a terra nella neve.
Aveva urlato, e pianto, e l’aveva scossa istericamente. Cercando nei suoi occhi vitrei una risposta che non era mai arrivata.
Strane ombre avanzarono rapidamente, celando la scena agghiacciante di quel giorno che mai avrebbe dimenticato, e andando a coprire anche quel presente dall’aspetto onirico, calando sui papaveri, sull’altalena, sul giardino stesso. Su tutto quanto.
Un grido disperato, del tutto diverso, si fece largo nella sua mente. Prese possesso dei suoi pensieri con la forza, scacciando il volto ormai sbiadito di sua madre. E il resto del mondo scomparve.
Alle tre e trenta del mattino, in una delle camere da letto del primo piano di Malfoy Manor, Lancelot Rudiger Deveraux smise di colpo di agitarsi nel sonno, le nocche delle mani sbiancate e il lenzuolo di cotone azzurro serrato a forza tra le sue dita.
Aprì gli occhi nello stesso istante in cui Blaise scattò a sedere sul letto.
Il grido che li aveva svegliati di soprassalto ancora non era cessato.
Gli ci volle meno di un secondo per capire.
E realizzare che
quella era le realtà. Che non era Anthea Zabini ad urlare, ora, ma qualcun altro.
“Che diavolo è stato?”
Nervoso e preoccupato, suo cugino cercava a tentoni la bacchetta che aveva lasciato sul comodino.
Si alzò quindi in piedi, inciampando quasi nel baule del giovane Serpeverde.
“Blaise, aspetta..”
“Lumos!” – soffiò questo, afferrando al volo una camicia prima di marciare verso la porta – “Resta qui, non ti muovere”
Il grido cessò, e il maniero tornò a immergersi nel più assoluto silenzio.
“No, fermati, non capisci...” – tentò di spiegargli Lance, prima che l’Auror lo interrompesse di nuovo.
“Dico sul serio, Lance” – gli occhi cobalto di Blaise mandavano lampi di avvertimento – “Non osare uscire da questa stanza. Per nessun motivo”
“Non ci stanno attaccando” – protestò il piccolo – “E’ soltanto Deja.”
La porta spalancata e un piede già proteso verso il corridoio, Blaise Zabini si bloccò seduta stante.
Le spalle rigide, si voltò lentamente verso il giovane Serpeverde.
“Deja?”
Un brivido di puro orrore gli corse lungo la schiena, la voce malferma mentre pronunciava quel nome.
Lance annuì – “La notte...ogni tanto fa gli incubi. E grida.”
Blaise scosse la testa, come a schiarirsi le idee – “Grida? Cosa vuol dire che grida?”
“Per via degli incubi” – ripetè il ragazzino – “Sogna le cose brutte e si sveglia urlando”
Zabini si costrinse a pensare a tutto, fuorchè a Voldemort.
Non poteva essere. Non poteva.
“E che cosa sogna di preciso?”
Lance si strinse nelle spalle – “Non ne ho idea, la mattina non ricorda mai nulla. Una volta mi ha pure dato del bugiardo, dicendo che non è affatto vero che grida nel sonno...”
Alla fioca luce che scaturiva dalla punta della bacchetta, il volto di suo cugino appariva incredibilmente serio. Turbato.
Poteva capirlo, si disse Lance.
Lui aveva provato lo stesso disagio le prime volte che aveva sentito l’amica urlare nel cuore della notte. Ma aveva ormai imparato a non prestarvi troppa attenzione.
Dopotutto, ogni volta sopraggiungeva l’alba, e Deja si svegliava più solare che mai.
“Vado a vedere come sta’ ”
“Non serve, davvero. Darebbe del bugiardo anche a te” – si ostinò il giovane Deveraux – “E poi c’è già Phoebe con lei..”
Blaise non lo sentì nemmeno – “Torna a dormire” – si raccomandò, prima di inforcare la porta.
Era a piedi scalzi, ma poco importava. La camera di Fee e Deja era attaccata alla loro.
Si fermò davanti alla porta chiusa, indeciso se bussare o meno.
Dopo un attimo di esitazione, abbassò piano la maniglia e spinse, scivolando nella stanza.
La scena che gli si parò di fronte gli fece mancare un battito.
Phoebe era seduta sul bordo del letto della sorella, e la teneva tra le braccia.
La testolina bionda di Deja era appoggiata sulla sua spalla, gli occhi chiusi e la guancia esposta alla luce della candela un poco arrossata. Piccole braccia esili circondavano mollemente il collo della strega più grande.
Dormiva, ora.
Lo strascico di quello che aveva appena passato andava a spezzarle di tanto in tanto il respiro in piccoli ansiti appena udibili.
Le iridi blu dell’Auror si spostarono sulla sua ex ragazza, e stavolta il cuore prese a martellargli furiosamente nel petto.
Phoebe Heaven Mayfair piangeva in silenzio, lacrime calde che sgorgavano senza sosta dagli occhi arrossati.
Avvolta da una vestaglia color porpora stringeva a sè il corpo della sorella, carezzandole la schiena e cullandola piano.
“Fee...”
Blaise mosse un paio di passi in avanti, prima di scorgere dietro le due figure bionde un paio di occhi incandescenti. L’enorme boa giallo lo scrutò a lungo, ondeggiando la coda in piccole spire che si infrangevano contro le lenzuola.
Il mago si bloccò, maledicendosi per la sua stupida paura dei rettili.
“Fee” – riprovò, e questa volta la bionda sollevò lentamente la testa incontrando il suo sguardo.
“Cosa vuoi, Blaise?” – sussurrò sprezzante, asciugandosi velocemente gli occhi con la mano libera.
Il moro non si fece ingannare dal tono basso della voce di lei. Non ci fosse stata Deja a dormire appoggiata sulla sua spalla, l’avrebbe certamente ricoperto di insulti altisonanti.
“Io e Lance abbiamo sentito gridare...”
“Avete sentito?” – mormorò agitata – “Hanno sentito anche tutti gli altri?”
Blaise la guardò stranito – “No, credo di no..non lo so. Ma non penso. La vostra è l’ultima stanza e i muri del maniero sono parecchio spessi. Probabilmente non avremmo sentito nulla neanche noi se non avessimo avuto una parete in comune. Ma che importanza ha?”
“Non voglio che la assillino con mille domande” – rivelò piano, mentre lo sguardo turchese scendeva a posarsi sul volto della piccola – “Non avrebbe senso, lei non ricorda nulla. Passa già l’inferno durante la notte, non merita di essere torturata anche di giorno..”
“Nessuno la vuole torturare” – scandì piano Blaise con quanta più calma riuscì a racimolare, la mente affollata da mille domande inespresse – “Cosa le succede, Fee?”
La strega si voltò nuovamente verso di lui, e in quegli occhi chiari Blaise vi lesse una profonda e impotente disperazione – “Non lo so...Merlino sa quanto vorrei capire che senso ha tutto questo...”
La voce si ruppe, distorcendo l’ultima parola in un singhiozzo.
“E se fossero veramente incubi?” – ipotizzò l’Auror, con meno convinzione di quella che avrebbe voluto palesare – “Semplici incubi senza senso. Voglio dire, capita a tutti di fare brutti sogni, di tanto in tanto”
Phoebe lo fulminò con lo sguardo – “Hai mai sentito urlare qualcuno in questo modo per un incubo, Blaise?”
Zabini incollò gli occhi al pavimento. Era sempre stato così, tra loro.
Tutte e volte che lui se ne usciva con una frase volta a confortarla, lei non mancava di farlo passare per stupido.
“No” – ammise tuttavia.
“Non mi sembra proprio il caso di raccontarci frottole, ti pare?”
Blaise avvertì un improvviso senso di disagio. Era come se tutto a un tratto mancasse l’aria in quella maledetta stanza – “Non capisco”
“Lo sai”
L’accusa di lei lo trafisse senza dargli via di scampo, la voce affilata come la lama di un rasoio.
“Io non...”
“Blaise!”
Rimprovero. Rabbia. Disperazione.
Supplica?
Quello sguardo chiaro, morbido di lacrime, chiedeva il suo aiuto, il suo sostegno.
Lo implorava. E allo stesso tempo lo respingeva.
“Tu credi che
lui le abbia fatto qualcosa?”
Strano come la sua voce suonasse stupita, quasi non avesse mai pensato a un’ipotesi simile in tutto quel tempo, giorno dopo giorno.
Essere l’unico a pensarlo equivaleva ad essere paranoici, ma crederlo in due...
...rappresentava un’orribile verità.
“Non era così, prima”
Lo so, avrebbe voluto risponderle.
Nemmeno tu eri così, prima.“Va bene, fa gli incubi” – ammise controvoglia – “Ed è in grado di parlare con i serpenti, ok. L’importante però è che qualsiasi cosa sia successo, lei non sembra soffrirne. Devi cercare di guardare il lato positivo, Fee...”
Stupido, stupido Blaise.Se lo ripetè almeno una ventina di volte, dopo aver incrociato lo sguardo allibito e indignato di lei.
“Il lato positivo?” – scattò, il tono della voce pericolosamente più alto, tanto che Deja emise un lieve lamento, disturbata nel sonno. Phoebe si zittì, tornando a cullarla lentamente, avanti e indietro.
La sua attenzione tutta per lei. Sua sorella, la sua più grande colpa.
Solo quando vide la fronte corrugata della piccola tornare a ridistendersi in un’espressione rilassata, riportò lo sguardo sull’ ex Cacciatore. E fissandolo dritto negli occhi, sganciò la bomba.
“Vede i Threstal. Da ormai due settimane”
Dapprima Blaise non capì. Prese quell’affermazione per quello che era, un dato di fatto privo di alcuna implicazione. Passò mentalmente in rassegna tutti i prozii brontoloni e le prozie decrepite di Phoebe, poi annuì con fare comprensivo – “Me l’avevano detto che tua zia Ortensia era ricoverata al San Mungo. Mi dispiace molto...”
“Dispiace più a te che a lei” – replicò seccata la bionda – “Zia Ortie è tornata a casa settimana scorsa, e ora gode di ottima salute. A breve festeggerà il suo novantottesimo compleanno”
“Ma allora chi...”
“Nessuno” – fu l’agghiacciante risposta – “Deja non ha mai visto morire nessuno”
“E’ impossibile”
“Li vede” – sostenne caparbia – “Esattamente come Lance. L’unica differenza è che tuo cugino ha assistito all’uccisione di sua madre. Deja non ha mai visto morire nessuno, ne sono sicura. Però a volte penso...non so...magari, nei suoi sogni...”
“Non dire sciocchezze” – la riprese Blaise, dolcemente. Qualcosa gli diceva che era ciò che lei sperava di sentirsi dire, l’opinione di qualcuno che non fosse lei ma che conoscesse la situazione abbastanza bene da sfatare i suoi cupi ragionamenti – “Non ha alcun senso, lo sai anche tu”
“Lo so...”
La mano libera andò a massaggiare la tempia con piccoli movimenti circolari, vano tentativo di dissipare la tensione che minacciava di farle scoppiare la testa.
“Non so cosa fare, Blaise” – Lacrime lucenti di incertezza ripresero a solcarle le guance vellutate – “Darei la vita per Deja.”
“E’ lo stesso anche per tutti noi” – assicurò lui, mentre fissava sconvolto la vera Phoebe. La rivedeva, per la prima volta, dopo così tanto tempo. Si stava confidando con lui, esternando dubbi e paure. Come una volta. Come doveva essere. Sempre.
“Le voglio così tanto bene, un bene inimmaginabile...ma non riesco quasi più a guardarla negli occhi” – rivelò, arrossendo appena per la vergogna – “C’è qualcosa che non va, in lei”
“Troveremo una soluzione” – promise lui.
Phoebe scosse la testa, fili biondi sparsi sulle spalle in onde sinuose – “La troverò da sola”
Quanto era durato quello scorcio di passato? Un attimo? Forse anche meno.
Ed era tornata ad essere fredda e distaccata, la strega che aveva represso sè stessa, coprendo il suo cuore con uno spesso strato di ghiaccio avvelenato.
“Vai a letto, Blaise”
La testa voltata dalla parte opposta, di sicuro per nascondere nuove stille salate. Gli occhi rossi, brucianti di pianto.
“Fee...”
Inconsciamente, mosse un passo verso di lei. Il braccio proteso, anelando di posare la mano sulla sua spalla in un gesto di conforto. Di nuovo la vista del serpente lo paralizzò.
Chiuse gli occhi, per non vederlo, mentre si sforzava di muovere un altro passo. Ma quella sua insana fobia parve crescere ulteriormente, irrigidendogli ogni singolo muscolo del corpo.
Sconfitto, si spostò di lato, le iridi cobalto fisse sulla schiena di lei.
Avrebbe potuto rispettare il suo desiderio, e andarsene. Avrebbe potuto, ma non sarebbe stata la cosa giusta.
Per lei, per lui. Per loro.
“La troveremo insieme” – ripetè pacato, prendendo posto su una sedia lì vicino.
Stavolta lei non rispose. Il silenzio che perdurò nella stanza fu la cosa più simile a un segno di resa.
Phoebe serrò definitivamente le palpebre, le braccia strette attorno al corpo della sorella, cullandola sulle note di una muta ninna nanna, ben conscia che lo sguardo dell’unico uomo che avrebbe mai amato sarebbe rimasto silenziosamente fisso su di lei per quel che restava della notte. Facendole compagnia, per non lasciarla davvero sola.
Nemmeno per un attimo.
“Abel?”
“Hn...”
“Abel?”
La sagoma di un giovane uomo si rigirò tra le lenzuola – “Che c’è?”
“Sei sveglio?”
“Adesso si, Trevor” – sottolineò con voce assonnata, reprimendo uno sbadiglio – “Cos’hai?”
Il buio che circondava i due letti addossati alla parete tornò silenzioso per qualche secondo.
“Niente” – rispose di lì a poco il Serpeverde.
Un respiro profondo e spazientito si levò dal letto di suo fratello – “E allora perchè mi hai svegliato?”
“Così”
Imprecando mentalmente Abel Emerald Locksley si sollevò a sedere, il guanciale premuto contro il muro a mo’ di poggiaschiena – “Trev?”
“Si?”
“Mi vuoi dire cosa succede?”
“Niente” – rispose nuovamente il ragazzino, le gambie piegate contro il petto in una posizione rannicchiata.
Abel sospirò. Di quel passo avrebbero potuto andare avanti così per il resto della notte.
Qualcosa tormentava suo fratello, ma sapeva bene che con le domande non avrebbe ottenuto nulla. Doveva aspettare che fosse lui a parlare.
“Abel?” – Erano passati mento di cinque minuti, una sorta di record per un ragazzino solitamente taciturno come Trevor.
“Si?” – fece lui, le palpebre abbassate.
“Tu pensi che io sia una brutta persona?”
A quella domanda Abel spalancò gli occhi di scatto. Era stato poco più di un sussurro, si chiese se forse non aveva capito male – “Come?”
“Tu pensi che io sia una brutta persona?”
Ma che razza di domanda era quella?“Trev, hai solo undici anni” – replicò – “Nemmeno dovrebbero passarti per la testa, queste cose”
“Ma io non parlo di adesso” – rettificò l’altro, strizzando tra le dita l’angolo della coperta – “Quando sarò grande...pensi che diventerò cattivo?”
L’attimo dopo, il primogenito di casa Locksley era al suo fianco, una mano posata sulla sua fronte – “Tu hai di sicuro la febbre”
“Non ho la febbre” – protestò Trevor, scansandolo. La sua fronte era fresca e asciutta – “Rispondimi”
“Perchè mai dovresti diventare cattivo?” – fece Abel, non riuscendo a seguire i suoi strani ragionamenti.
“Lo sai...” – la voce del piccolo si ridusse a un soffio – “Per quella cosa là”
“Quale cosa?”
La mente annebbiata dal sonno faticava ad elaborare anche i concetti più ovvi.
“Io, come il nonno...insomma, quella cosa che siamo...” – si sbilanciò piano il piccolo, scandendo ogni parola quasi gli costasse fatica. Sofferenza – “Tyrannus”
Un moto di rabbia scosse le membra del mago più grande.
Gli rifilò un’occhiataccia pur sapendo che il buio l’avrebbe celata.
“Non dire quella parola. Sai che non la sopporto”
La odiava. La odiava da morire.
Per quello sentiva il sangue ribollirgli nelle vene.
Oppure era stato il fastidio di sentire Trevor definirsi una “cosa”?
Suo fratello non era altro che un ragazzino di undici anni. Sogni, speranze e illusioni annesse.
Il mostro che lui sentiva crescergli addosso stava sulla lingua velenosa di persone stupide e maligne.
“Cambia qualcosa se non la dico?” – C’era tristezza in quella vocina spezzata – “Io non sono come te. Non lo sarò mai”
Invidia?
“Smettila con queste cazzate, Trev” – Quell’argomento era un tasto dolente per lui. Spinoso quanto il ricordo di Lynn. Perchè la vita nascondeva ferite che non smettevano mai di sanguinare? – “Tu sei esattamente come me. Come Ruby, papà, il nonno...come tutti noi. La tua
particolarità...non significa proprio niente”
“Tu non capisci” – Trevor sembrava parlare quasi più con sè stesso che con lui – “Non puoi capire”
“Non devi dare retta a quello che dice la gente” – insistette, mentre il timore di vederlo prigioniero di una vita condizionata si faceva sempre più vivo – “La loro è solo paura. Davanti a te si sentono indifesi, come babbani. E questo fa dire loro un mucchio di sciocchezze...”
“Anche io ho paura”
Di fronte a quella rivelazione Abel si ammutolì. Trevor non aveva mai avuto paura. Mai, prima di allora – “Paura di...?”
Il fratello minore si agitò nervosamente nel letto, il volto ora rischiarato dal pallido raggio di luna che filtrava dalle tende scostate.
Gocce di diamante, agli angoli di quegli occhi da bambino.
Lucidi e neri, come la notte più limpida.
Si morse il labbro a sangue, forse un disperato tentativo di contenere i timori che lo scuotevano dentro. Ad un tratto la diga che aveva eretto crollò, e le parole scivolarono fuori una dopo l’altra, veloci e incontrollabili come un torrente in piena.
“Ho paura di crescere, e diventare cattivo. Ho paura di non sentire niente, tutte quelle cose belle e brutte di cui parla la gente, ma che si sentono. E se non dovessi mai riuscirci?” – cercò il suo sguardo, bisognoso di conforto – “Ho paura che un giorno farò del male a Ruby, alla mamma, a papà...non oggi, non domani ma... e se la gente non avesse davvero torto? Se una mattina mi svegliassi desiderando di rubarti l’anima?”
Gli occhi di Abel si ridussero a due fessure – “Ti direi di non fare lo stupido perchè uno, nessuno può rubare l’anima a nessun altro e due, ti mancherebbe la motivazione visto che un’anima ce l’hai già”
“Ma...”
“Prendi il nonno” - lo interruppe, cercando in ogni modo di strapparlo alle sue scure elucubrazioni – “Ti sembra per caso una persona cattiva?”
“No, certo che no” – Il monosillabo fluì automaticamente dalle labbra del piccolo. Che assurda domanda era quella! Costantine Ossidian Locksley era forse il mago più buono della terra. Ed era anche suo nonno. E l’unica persona che poteva davvero capirlo fino in fondo.
Il ragionamento di Abel filava, ciò nonostante era comunque sbagliato – “Il nonno è un caso a parte”
“E a cosa dobbiamo questa tua brillante deduzione?”- lo provocò l’altro, il tono leggero, volto a stemperare la tensione che si stava accumulando attorno a loro.
“Dal Vaso”
Il primo pensiero che attraversò la mente di Abel era accompagnato dell’immagine di una bella fioriera stracolma di gerani francesi.
“Quale vaso?” – si ritrovò a chiedere, confuso.
“Quello di Pandora” – continuò Trevor, la voce che si riduceva a un sussurro - “Siamo stati
noi”
L’immagine della cascata di fiori dai colori vivaci venne sostituita da un panciuto oggetto in terracotta, per tutto simile a un’antica anfora. Abel tremò, quando le sue orecchie – e soprattutto il suo cervello – registrarono la seconda parte della frase - “Noi?”
“Quelli come me” – specificò – “Chi credi l’abbia creato quell’affare malefico? C’era quella parola, incisa sul fondo del vaso. Sembrava quasi un marchio...” – terminò, rabbrividendo.
Abel lo afferrò saldamente per le spalle, prima di sollevargli il mento con una mano, costringendolo a guardarlo dritto negli occhi.
“Adesso ascoltami e apri bene le orecchie. Tu sei un Locksley, capito? Questo prima di qualsiasi altra cosa” – disse con voce ferma - “Non è il tuo dono a fare di te la persona che diventerai in futuro, Trev. Sei tu, e il modo in cui tu deciderai di utilizzarlo, a stabilire la piega che prenderà il tuo destino”
“Io non lo voglio questo dono!” – saltò su il ragazzino, ingoiando lacrime calde e sciogliendosi a forza dal suo abbraccio.
Suo fratello non potè fare altro che sospirare, sconfitto – “Lo so”
“Lo odio, hai capito? Lo odio” – Gridava ormai, il giovane Serpeverde. Affondava pugni tremanti di rabbia nel cuscino e piangeva, come un bambino.
Erano anni che non piangeva così, che non mostrava a qualcuno una vera parte di sè stesso.
Lacrime liberatorie ad annegare un dolore che bruciava troppo.
Senza dire altro si girò, voltandogli la schiena. Aveva bisogno di restare solo, ora.
Il fratello lo capì all’istante. Era come se tutto a un tratto si fosse innalzato un muro, tra di loro.
Una barriera invalicabile, eretta da un ragazzino undicenne che desiderava solo tagliare fuori tutto il mondo. Almeno per qualche ora, trovando rifugio nell’oscurità della notte.
L’alba non si sarebbe lasciata impietosire, trascinandolo ancora una volta nella realtà che brillava sotto l’accecante luce del giorno.
Quella giornata gli era sembrata infinita.
Ma quella notte... forse era anche peggio. Perchè non ne voleva sapere nemmeno di iniziare.
Sdraiato supino, il respiro regolare di Draco Lucius Malfoy carezzava il leggero strato di cotone, sollevandolo e abbassandolo ritmicamente.
Gli occhi chiusi, palpebre che pesavano stanche sulle iridi argentee mentre il pensiero tornava alla cena di qualche ora prima. Malfoy Manor si era trasformato in una specie di parco divertimenti: chiassoso, ingestibile. In preda al caos.
Bambini che bisticciavano, facendo della tavola imbandita un campo di battaglia e scatenando così crisi di panico negli elfi domestici, più esagitati del solito. La Mezzosangue non aveva proferito parola, e si era limitata a sbocconcellare un pezzo di pane, lo sguardo perso e pensieroso.
Abel aveva sfoderato un muso che toccava terra, manifestazione tangibile del suo cattivo umore che adava via via peggiorando, dato che la sua gemella, Rubin, si era sentita in dovere di tirarlo su di morale, trivellandolo di domande che ricevevano soltanto grugniti in risposta.
Blaise non faceva che guardare di sfuggita la sua ex, sperando inutilmente che lei ricambiasse lo sguardo. Al contrario, quella maledetta della Mayfair non aveva perso occasione per incenerire con gli occhi il padrone di casa, intromettendosi nelle sue conversazioni con Ian quel tanto che bastava per rifilare al biondo una battuta al vetriolo.
Potter e la Donnola...grazie a Merlino, erano seduti dall’altro lato del tavolo, e questo gli aveva quasi permesso di credere che non ci fossero, ignorandoli bellamente.
Ma il clou della serata era arrivato subito dopo lo sformatino di quaglia con crema al Porto e appena prima del dolce, un superbo soufflè di mele caramellate accompagnate da piccole palline di gelato al timo. A fare irruzione nel suo soggiorno, niente meno che quel dannato fotografo da strapazzo. L’espressione vacua e sconsolata di Canon aveva fatto temere a tutti il peggio.
“Colin, che è successo?” – l’attimo dopo Susan era al suo fianco, le mani che passavano in rassegna gambe e braccia del fratello, come ad assicurarsi che fosse tutto intero.
Le pupille fisse sul muro, più o meno a livello del quadro brontolone di un suo illustre antenato, aveva attaccato la cantilena – “Niki...la mia Niki..”
“Niki? Chi è Niki?” – si era intromessa la Mayfair.
“Oh-oh” – quasi si fosse trattato di una tara di famiglia, anche la piccola Deja non aveva saputo tenere chiusa la bocca – “Colin è andato in bianco, Colino è andato in bianco!”
Tempo due secondi, e le altre tre pesti l’avevano seguita in coro.
Draco non amava particolarmente i bambini in generale, ma c’erano delle volte in cui li avrebbe voltentieri estirpati dal Mondo Magico al pari di erbacce infestanti e piante velenose. Quella sera aveva dovuto reprimere il desiderio di disboscare l’intera sala da pranzo.
“Niki...” – lo sguardo costantemente sbarrato, quella piaga di Grifondoro aveva letteralmente continuato a rompere i timpani per dieci minuti buoni.
“Ma insomma, si può sapere di chi cavolo stai parlando?” – aveva sbottato spazientito Blaise.
“In cenere...me l’hanno ridotta in cenere” – Colin si era guardato le mani, palmi aperti rivolti verso l’alto, le pupille fisse su granelli di cenere inesistenti – “La mia Niki...”
Davanti a quei ragionamenti scarni, tutti avevano pensato il peggio.
“Dov’è questa Niki? E’ viva? Sta bene? Le hanno fatto del male?”
Le domande erano esplose a raffica.
“Io avviso il Ministero” – aveva annunciato Ian, alzandosi in piedi.
Le guance dilatate per via dell’enorme quantità di dolce che si era ficcato in bocca, Ronald Weasley aveva sollevato lo sguardo ceruleo sul nuovo arrivato – “Che forza! Esci con una ragazza che ha lo stesso nome che hai dato alla tua macchina fotografica..” – se ne era uscito a bocca piena.
A quel punto, un silenzio di piombo si era impadronito della stanza.
Numerose paia d’occhi erano scattate verso Colin, fissandosi appena sotto il suo collo, alla ricerca di una Nikon D60 versione magica che non c’era.
Cosa quanto mai singolare, dato che il fotografo la portava sempre con sè. Forse anche di notte, mentre dormiva, alimentando così la scherzosa diceria secondo la quale per separarli sarebbe stata necessaria un’operazione chirurgica.
“Colin, dov’è la tua macchina fotografica?” – Susan era stata la prima a ritrovare la parola.
“Niki...la mia Niki...” – aveva ripreso il biondo, quasi sull’orlo del pianto – “E’ tutta colpa di quelle foto...le foto che ho fatto oggi nei dormitori di Serpeverde, dopo che Cranston aveva messo tutto a soqquadro. Nell’aria c’era Magia Nera residua e si è impressa sulla pellicola, quando più tardi ho cercato di sviluppare le foto...il rullino si è ridotto in cenere, e la mia Niki con esso”
“Ne compreremo un’altra, anche più bella vedrai...” – la sorella sembrava non tollerare di vederlo infelice.
“Non ne voglio una nuova, io voglio la mia Niki!”
La voce del biondo aveva assunto un tono prettamente infantile.
“Oh, piantala di rompere i coglioni” – Draco ricordava di essersi messo di mezzo al solo fine di troncare al più presto quell’inutile conversazione – “La cosa veramente grave è che non abbiamo le foto di quanto accaduto oggi. Silente a quest’ora avrà già fatto ripulire tutto. E poi, lo sanno tutti che la Canon Eos 450D è di gran lunga migliore..”
Il fotografo l’aveva fulminato con lo sguardo – “Che fai, Malfoy, sfotti?”
Draco sollevò le palpebre, permettendo all’oscurità che regnava sovrana nella stanza di scacciare quel ricordo dalla sua mente.
Accanto a lui, una figura femminile dormiva rannicchiata sul lato, volgendogli la schiena.
La Mezzosangue. Sua moglie.
Era rimasto fino a tarda sera in laboratorio, sperando di rimandare all’infinito quel momento tanto odiato.
Tanto temuto.
Quando era finalmente entrato nella loro camera da letto, lei si era già coricata.
E in fondo, era stato molto meglio così.
Si era tolto la camicia, lasciando che il suo torso nudo apparisse ancora più pallido, sotto il riverbero delle stelle. Le sue mani erano poi scese in un gesto automatico verso i jeans, slacciando il primo bottone.
Due secondi dopo aveva imprecato mentalmente contro sè stesso, mentre si infilava tra le lenzuola pulite, i pantaloni ancora addosso.
Da quante ore era sdraiato lì, aspettando il richiamo di Morfeo?
E si ritrovava a invidiarla, sentendo il suo respiro, leggero e regolare. Lei, che lo stava ignorando, mentre lui non riusciva a fare altrettanto.
Era così vicina...
Così dannatamente vicina...
Sarebbe bastato allungare un poco la mano, per sfiorarle la spalla.
Pelle serica e profumata, che avrebbe mandato in tilt le sue terminazioni nervose con un semplice tocco.
Non poteva cedere. Non doveva.
Il viale dei ricordi era chiuso da tempo. L’aveva messo sotto chiave lui stesso, a triplice mandata.
Un lucchetto pesante come il macigno che si portava nel cuore.
Ma non aveva esitato, gettandone poi via la chiave. Per sempre.
Una smorfia ironica distorse le sue labbra sigillate.
Per sempre.Gran brutta espressione.
Dire “per sempre” era un po’ come affermare “Mai più”: una balla colossale.
Non c’era nulla di eterno al mondo, nemmeno l’odio.
E a volte, nemmeno viaggiava da solo. Quello alla fine era il nocciolo della questione.
Odiava la Mezzosangue?
Sì, senza ombra di dubbio.
Il vero problema però era un altro...una domanda che aveva il potere di metterlo in crisi.
Poteva in tutta sincerità affermare di provare solo odio nei confronti di sua moglie?
“Non sono stata io”
La voce di lei tagliò il silenzio come una lama, cogliendolo di sorpresa.
Draco Lucius Malfoy lo avrebbe negato fino alla morte, ma era quasi del tutto certo di aver sussultato.
Rilasciò il diaframma, i polmoni che tornavano a sgonfiarsi lentamente, restituendo aria satura di tensione.
Dannazione.
Lei era sveglia, non stava affatto dormendo.
Aveva finto alla perferzione, però. Questo almeno doveva riconoscerglielo.
Brava a mentire, anche su quello.
Draco non si mosse, nè fiatò.
E pregò con tutto sè stesso che lei facesse altrettando.
Non voleva sentire il suono della sua voce, men che meno ciò che aveva da dire.
“Non sono stata io”
Il silenzio del biondo perdurò. Gli occhi chiusi, il corpo immobile come una statua di gesso.
Vano tentativo di apparire addormentato, perso in un irraggiungibile mondo onirico.
Ma, forse, lui non era bravo a mentire come lei.
“Lo so che sei sveglio”
Fruscio di lenzuola, la camicia da notte di mussola bianca che scivolava sul suo corpo snello, morbide pieghe di stoffa che si facevano e disfacevano, mentre Hermione si voltava verso di lui.
Draco giurò che avesse un gomito premuto contro il cuscino, la testa appoggiata alla mano e una cascata di boccoli castani che ricadeva indomita su un lato.
Non poteva vederla, ma sapeva bene che era così.
Aveva diviso il letto con quella donna per mesi. Consoceva ogni sua più piccola abitudine, ogni suo gesto inconscio.
E la memoria che cercava in tutti i modi di allontanare, gli riportava alla mente innumerevoli occasioni nelle quali si era svegliato con lo sguardo di sua moglie fisso su di sè.
Il gomito affondato nel cuscino e un sorriso sulle labbra.
“Devo parlarti”
“Non adesso, Mezzosangue...”
“Allora quando?” – il tono di Hermione si fece leggermente più alto, e solo un filo più agitato.
“Mai” – rispose categorico il biondo.
Mai. Per sempre.
Tutte balle.“Devo parlarti” – ripetè caparbia – “E devo farlo adesso”
Poteva lui impedirle di dare voce ai suoi pensieri?
Un “Silencio” avrebbe fatto al caso suo, se solo non fosse stato così stupido da dimenticare la propria bacchetta nei sotterranei.
L’alternativa era di tapparle la bocca con una mano, ma la scartò all’istante.
Qualsiasi contatto fisico, anche il più piccolo e insignificante, sarebbe stata di certo una nuova fonte di guai.
“So che non sono stata io”
Davanti a quell’affermazione presuntuosa Draco non potè fare a meno di ribattere – “Ah sì? E come, l’hai visto in una sfera di cristallo?” – sibilò pungente.
Lei non scattò, non lo attaccò, quasi avesse già messo in conto una buona dose di ironia da parte sua.
“Me lo sento” – affermò sicura – “Non capisci? Non avevo motivo di fare una cosa del genere...ci ho pensato molto, stasera. A che pro tradirvi?”
“Stando a quanto hai detto qualche settimana fa, non riuscivi a trovare un motivo valido nemmeno per il fatto di avermi sposato” – frecciò velenoso, incapace di nascondere appieno quanto la cosa lo avesse urtato – “Come vedi, quello che tu puoi pensare o meno è del tutto relativo. La verità è un altro paio di maniche”
“Va bene” – concesse la strega – “Accantoniamo te per un momento. Pensa però ad Harry. A Ron...sono due costanti della mia vita, e lo sono praticamente dall’infanzia. Se avessi anche solo mai ipotizzato di tradirli, l’avrei fatto prima. Le occasioni non mi sono certo mancate in tutti questi anni...”
Uno a zero per la Mezzosangue.
Odiava doverlo ammettere, ma messo così il ragionamento filava. Filava eccome.
Una mente astuta come la sua avrebbe tradito i compagni quando Lord Voldemort era ancora in vita. Qualsiasi cosa le avessero promesso in cambio Cranston o suo padre sarebbe stata comunque un’infinitesima parte di ciò che avrebbe potuto pretendere dal Signore Oscuro.
Solo uno stupido non l’avrebbe capito.
E la Mezzosangue era tutto fuorchè stupida.
Draco Lucius Malfoy propendeva però per un altro ragionamento, e anche quello era estremamente sensato. La logica che derivava dai fatti.
Più oggettivi di così, si moriva.
Il cristallo era sparito lo stesso giorno in cui sua moglie lo aveva lasciato. E lei era la sola, oltre a lui, ad avere accesso a quella maledettissima stanza.
Uno più uno uguale a due. La professoressa Vector avrebbe senza alcun dubbio approvato.
“Cosa vuoi da me? Il mio perdono?” – la freddò, impietoso e carico di sarcasmo – “La mia
fiducia?”
Hermione scosse la testa – “Ti chiedo solo un po’ di tempo”
Tempo.
Una quantità imprecisata di secondi, minuti, ore e giornate in cui avrebbe patito le pene dell’inferno.
“Non lo meriti, Mezzosangue”
Non meritava proprio niente.
Tempo. Comprensione.
Niente.
“Ne ho bisogno” – sostenne la bella strega.
Lui riprese a non rispondere, una sorta di inutile e puerile ripicca.
“Ne ho davvero bisogno” – ripetè lei, la voce che si colorava di una pallida supplica – “Draco...”
Una parola spezzata, un nome che il biondo non tollerava sentir pronunciare da quelle labbra bugiarde.
“Non me ne frega un cazzo!”- Il tono era decisamente più alto, sebbene il suo corpo fosse ancora rigidamente immobile, quasi si trattasse di due enti distinte.
“Non puoi vederlo come un affare?” – Hermione si morse il labbro inferiore, conscia che l’accenno a un accordo non avrebbe fatto altro che alimentare la pessima opinione che aveva di lei.
Ma dopotutto, lui non le lasciava altra scelta...
“Non mi pare di avere nulla da guadagnarci” – affermò questo.
Lui aveva perso. Perso e basta.
Il cuore. La speranza.
Sè stesso.
Lei si era portata via tutto, senza voltarsi indietro.
E ora, pretendeva il suo aiuto. A volte la vita sfiorava davvero il ridicolo.
“C’è qualcosa che posso darti in cambio” – sostenne la Medimaga – “Qualcosa so per certo che vuoi”
“Te distesa in una bara?” – frecciò velenoso. E in fondo in fondo, nell’angolo buio di qualche antro nascosto, sentì di esserci andato giù troppo pesantemente. Questione di un attimo, poi la fastidiosa sensazione si dissolse, annientata dalla rabbiosa infelicità che pareva permeare ogni singola cellula del suo corpo.
La sentì deglutire forte, poi trarre due profondi respiri – “La verità”
“La conosco già, la verità”
Ora lo prendeva anche in giro?
“Conosci solo la
tua” – sospirò stanca lei.
“Mi basta”
“A me no” - Se Draco si fosse sprecato a sollevare le palpebre avrebbe scorto un paio di occhi dentro i quali bruciava un fuoco dorato. “Non hai alcuna prova, nessuna certezza che sia andata come dici tu” - lo accusò.
“Tu hai la prova che
non sia andata così?” – Scherno provocatorio su quelle labbra algide e sottili.
“No” – ammise – “Ma posso procurarmela”
Draco aprì un occhio, sollevando il sopracciglio – “Ah sì?”
“Si” – Hermione annuì, come a rinforzare il monosillabo – “Se mi concedi il tempo che ti ho chiesto”
Lui si zittì, e la strega pensò che stesse valutando la sua proposta.
“Niente da fare” – sentenziò poco dopo.
“Non sono stata io!” – gli urlò addosso, perdendo la poca calma che aveva racimolato – “Mi serve solo un po’ di tempo. Per scoprire, per capire...per ricordare!”
Lui si strinse nelle spalle, i muscoli ben delineati che si flettevano con decisione, prima di rilassarsi.
Pensava di farlo fesso, si disse mentalmente. Povera illusa...
“Va bene, vuoi del tempo” – soffiò con voce molle, decidendo di stare al gioco – “Supponiamo che io sia così folle da accettare. Chi mi garantisce che dirai la verità?”
Hermione lo fissò stupita – “In che senso? Voglio dire, perchè mai dovrei ment..”
“Sarò più chiaro” – la interruppe – “Tutti gli indizi sono contro di te. Per quanto mi riguarda è cosa certa, ma ipotizziamo per assurdo che ci sia anche solo una possibilità su un milione che io mi sia sbagliato...ne restano novecentonovantanovemila e più a tuo sfavore. Se ti dovessi riscoprire “colpevole”, pensi che sarei così idiota da credere che me lo diresti?”
“M-ma io...non..” – Hermione provò inutilmente a prendere la parola.
“Mi freghi una volta, Mezzosangue, e ti assicuro che già questo non è cosa da poco. Ma se credi veramente che ti darò la possibilità di prendermi per il culo di nuovo, io...”
“Sei un Legillimens” – considerò la strega, bloccando quel fiume di parole per nulla carine.
Draco aprì gli occhi definitivamente, voltando il capo nella sua direzione – “E questo che c’entra?”
Subito dopo fu colto da un altro dubbio – “Tu come lo sai?”
“Me lo ha detto Ian” – rispose l’ex Grifondoro, che non sentendolo proferire parola si spazientì – “Se non mi credi puoi chiederglielo tu stesso”
“Sta’ sicura che lo farò” – promise il biondo – “Ora, che diavolo c’entra la legillimanzia?”
Lei lo guardò con fare evidente, quasi fosse sorpresa che lui non l’avesse capito.
“Puoi controllare i miei ricordi. Ogni giorno” – Non era facile promettere una tale invasione della propria intimità, ma era purtroppo il suo ultimo asso nella manica – “I ricordi non mentono”
Il cervello di Draco si rifiutò di elaborare quella proposta per alcuni secondi.
Troppo assurda. Troppo pericolosa. Troppo...
Troppo intrigante?
La sua condanna, lui l’aveva già firmata da tempo.
La Mezzosangue aveva fatto un clamoroso buco nell’acqua, sostenendo che gli importasse di scorprire se fosse colpevole o meno.
Lei era colpevole. Punto e basta.
Ma la sua proposta...l’aveva spiazzato.
E attirato.
Sperava di non averlo dato a vedere, ma si era riscoperto incredibilmente interessato.
In effetti, c’era una cosa che voleva sapere.
Perchè.
Semplicemente perchè.
Non tanto la dinamica dei fatti, se lei si fosse alleata con Cranston piuttosto che con suo padre...bensì il motivo.
Cosa l’aveva spinta a fargli tutto quel male.
Non che importasse ai fini del presente, per carità.
Ma nessuno poteva permettersi di fare soffrire Draco Lucius Malfoy – soffrire veramente, come un cane – e sperare di passarla liscia.
E lui, ora, voleva sapere il perchè.
Era un suo diritto. Era il minimo che lei gli doveva.
La proposta di sua moglie era un’offerta alquanto allettante. Ma altrettanto pericolosa.
Cosa avrebbe visto, nei ricordi di lei?
Qualsiasi evento legato al suo tradimento sarebbe di certo stato meno doloroso di un ricordo ancora più vecchio.
Baci, carezze e promesse che si erano scambiati per mesi.
Lui si sforzava di non pensarci, di dimenticarli.
Poteva sopportare di rivederli attraverso la memoria sbiadita di lei?
Cambiò volutamente discorso, concedendosi il tempo per riflettere accuratamente – “Hai intenzione di dirlo, agli altri?”
La strega scosse la testa, ciocche morbide che ondeggiavano lente, tentatrici – “Sono innocente fino a prova contraria. Non riuscirei a confessare loro una cosa che sento sbagliata. Ma lo farò, qualora dovesse saltare fuori che è andata come dici tu”
Avrebbe confessato.
Si sarebbe volontariamente costituita, sapendo che Azkaban l’aspettava a braccia aperte.
Una cella due metri per due, dove morire nel proprio dolore.
Ma c’era ancora del tempo.
E lo avrebbe sfruttato, fino all’ultimo secondo.
Suo marito l’aveva fatta precipitare in un baratro senza fine, gettandola in preda all’angoscia e beandosi del suo tormento. Ma si era rialzata.
Come sempre.
Grifondoro fino all’ultimo dei suoi giorni. E in nome di tutti quelli che già erano trascorsi, non si sarebbe data per vinta.
Lei era innocente.
Ci credeva. Lo avrebbe dimostrato a tutti, anche a lui.
Soprattutto a lui.
Una ripicca, la volontà di aver avuto ragione...il desiderio di poter tornare indietro, e riportare tutto come prima? Hermione non sapeva bene cosa la spronasse, nel profondo.
Forse proprio quell’ultima ipotesi, la più difficile da ammettere.
Non ricordava i mesi trascorsi con lui, ma più di una volta lì aveva sentiti.
E aveva provato quel...qualcosa.
Poteva davvero essere così? Lui tanto diverso dallo studente borioso che ricordava, e lei tanto felice assieme a lui come i loro amici l’avevano più volte dipinta?
“Una tregua” – si ritrovò a dire – “Ti propongo una tregua. In cambio avrai i miei pensieri, e tutti i miei ricordi”
La voce le tremò appena. Lui avrebbe visto anche quel...qualcosa?
Probabilmente sì. Sarebbe stata completamente esposta, vulnerabile. Creta nelle sue mani.
Ma non aveva altra scelta.Draco taceva. Taceva e rimuginava.
“Che intendi per tregua?” – volle sapere dopo qualche minuto.
“Basta insulti” – fu la prima richiesta – “E’ già abbastanza difficile non ricordare nulla. La memoria non mi tornerà prima, con te che mi tormenti da mattina a sera”
“Io non ti tormento” – mentì d’impulso l’ex Principe di Serpeverde.
“Tu mi fai vivere l’inferno” – scattò lei, allungano inconsciamente una mano fino ad afferrare la spalla nuda di lui.
Draco si scostò fulmineo, quasi si fosse bruciato. Imprecando mentalmente scostò le lenzuola, alzandosi in piedi.
I soli jeans sbottonati addosso, si avvicinò alla finestra, dandole la schiena.
“Tu mi fai vivere l’inferno”, le aveva appena detto.
E lui non viveva forse nello stesso posto, per merito suo?
L’aveva fatto per settimane, e continuava a farlo.
Ora però voleva sapere. Un desiderio troppo forte da reprimere, o forse semplicemente già soffocato troppo a lungo.
Scrutarle l’anima non era cosa da poco. E non avrebbe mai potuto farlo senza la sua autorizzazione: la Mezzosangue aveva solide conoscenze di occlumanzia.
Era la sua unica possibilità per guardarle dentro.
Prendere o lasciare.
Sapeva quanto fosse rischioso starle vicino. Permetterle di
stargli così vicino.
Ma non aveva altra scelta.Hermione si alzò a sua volta, raggiungendolo e fermandosi proprio dietro di lui.
“Draco...” – sussurrò, allungando nuovamente la mano verso la spalla di lui. Dita leggere si posarono su quella pelle liscia e alabastrina.
Stavolta lui non respinse il suo tocco. Restò tutta via immobile, quasi non se ne fosse nemmeno accorto.
Niente di più sbagliato.
“E sia, avrai la tua tregua” – La voce incredibilmente bassa, non sembrava nemmeno più la sua – “Non cambierò idea su di te, Mezzosangue. Questo mai. Ma ti risparmierò il mio disprezzo, per il momento. Tanto è solo questione di tempo, sarai costretta a darmi ragione e a quel punto il mio odio non sarà il solo che dovrai affrontare. In cambio, però, voglio leggere la tua mente. Ogni singolo e fottutissimo giorno”
Un brivido corse lungo la schiena di Hermione. Era davvero sensato ciò che stava facendo?
“D’accordo” – accettò dopo un attimo di esitazione – “Alla sera, quando saremo soli...tu risponderai alle mie domande e io...io ti lascerò
vedere”
Era uno scambio equo.
Molti dei dubbi che le annebbiavano le mente si sarebbero dissolti, se lui si fosse degnato di rispondere alle domende che gli poneva ormai da settimane, e alle quali non aveva mai ricevuto mezza risposta.
Draco non rispose, e lei interpreto il suo silenzio come un assenso.
Rimaserò lì così, per un momento che sembrò durare in eterno.
Lei restia a interrompere il contatto che si era appena creato, e lui sforzandosi di ignorarlo con tutto sè stesso.
L’aveva accettato. Le aveva concesso di avvicinarsi a lui.
Ma ora, doveva imparare a resisterle.
E la cosa era più complicata di quanto si sarebbe mai immaginato. Perchè il suo stesso corpo, traditore, riconosceva il tocco di lei, reagendo in risposta.
I muscoli tesi all’inverosimile, Draco Lucius Malfoy dovette ammettere con un misto di disgusto e vergogna, che una parte di lui ancora la voleva.
Basta la delicata pressione dei polpastrelli sulla sua pelle per fargli defluire il sangue dalla testa, e convogliarlo verso le zone basse. D’ora in avanti avrebbe condiviso il letto con sua moglie e una tregua.
Una combinazione letale, un miscuglio di provocazione e desiderio.
“Torna a letto, Mezzosangue” – sussurò, nessuna particolare inclinazione nella voce.
Hermione ritrasse lentamente la mano, facendo scivolare tre polpastrelli per lungo un breve tratto della scapola, prima di porre del tutto fine a quel contatto.
Senza aggiungere altro tornò a letto, coricandosi sul lato. La stessa posizione che aveva quando qualche ora prima lui era entrato nella loro camera.
Era la stessa...eppure tutto era cambiato, tra loro.
Draco rimase lì per un’altra mezz’ora buona, chiedendosi come avrebbe fatto, ora, a tenere le mani lontano da lei. Poteva odiarsi per questo, ma era innegabile che la desiderava.
Desiderava fare l’amore con lei, sentirla gemere, implorarlo di farla sua.
La desiderava morta e nel suo letto allo stesso tempo. Decisamente, c’era qualcosa che non andava in lui.
Volse i suoi pensieri altrove, fissandoli su sciocchezze quali i programmi del giorno dopo, collaudato metodo per cercare la distrazione. Fu solo un’ora dopo, quando le palpebre si erano fatte pesanti per la stanchezza, che si decise a tornare a letto.
Non si curò di coprirsi col lenzuolo, il volto dagli occhi serrati rivolto verso il soffitto.
E consapevole di aver forse fatto la cazzata più grande della sua vita, si lasciò trascinare tra le braccia di Morfeo.
Dall’altro lato del corridoio, due camere più in là, un giovane Auror terminava di leggere una missiva ricevuta pochi minuti prima.
Nascosto sotto le lenzuola tirate fin sopra la testa, sciocca abitudine che risaliva ai tempi in cui viveva a casa dei suoi zii a Privet Drive, Harry fece scorrere le iridi color giada sulle ultime parole vergate con grafia elegante.
Gli occhialini tondi appollaiati sul naso e uno strano sorriso dipinto sulle labbra.
Riemerse dal velo di cotone, accendendo la candela mezza consumata con un colpo di bacchetta.
Allungò la mano ad aprire il cassetto del comodino, prima di rovistarvi dentro alla ricerca di una pergamena immacolata. Qualche minuto dopo armeggiava con il tappo che sigillava una boccetta d’inchiostro.
Soffiò con disappunto quando il piccolo cilindro di sughero e ceralacca cedette all’improvviso, lasciando sui suoi polpastrelli macchie di inchiostro nero.
“Gratta e netta” – mormorò, prima di lanciarsi nella conversazione scritta che lo attendeva.
Ne aveva bisogno.
Ne aveva dannatamente bisogno.
La piuma stretta tra pollice e indice, tracciò senza indugio la sua risposta.
“Cara Lynn...”Edited by anfimissi - 22/6/2008, 13:16

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