Once Upon a Time... (Anfimissi's Privated Forum)

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view post Posted on 27/7/2008, 16:03Quote
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"So, are you coming or going? Or coming and then going?
Or coming and staying?"
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CAPITOLO 2



Confessatelo, ci sono un sacco di cose che vorreste sapere, vero?
Del tipo... Cosa è successo quando io e Brian abbiamo annullato il nostro matrimonio, e sono poi partito alla volta di New York?
“Che ci vediamo il prossimo weekend, il prossimo mese...o mai più...Non importa. E’ solo tempo.”
Ve la ricordate questa? Scommetto di sì, mi ci gioco le palle.
Io so per certo che non la dimenticherò mai.
Sono parole del cazzo, almeno per chi tocca stare a sentire. Ma dicono la verità.
Ci sono cose la cui durata non conta. L’importante, è che siano esistite.
Voglio dire, parliamo di un sentimento profondo, tanto intenso da comprendere inevitabilmente quella parola. Amore.
Da una parte c’ero io, che avevo ormai gettato la spugna e con essa tutte le mie speranze. Dall’altra Brian, che non aveva mai creduto nell’amore e a detta sua mai l’avrebbe fatto.
E poi, tutti gli altri. Loro ci volevano bene, ma non avrebbero mai scommesso su di noi.
Troppo assurdo. Un evento al limite dell’impensabile.
Eppure è successo.
Chiamatelo miracolo, il sogno più caro a un ragazzo ormai disilluso che diventa realtà o la redenzione di quell’uomo convinto che tacendo avrebbe potuto cambiare la realtà dei fatti.
E’ successo.
Brian aveva imparato ad amare qualcuno e io sapevo che sarei stato l’unico che lui avrebbe mai amato.
Cosa è il passare del tempo in confronto a questo?
Assolutamente niente.
Ed è sempre in nome di questo legame che abbiamo annullato il nostro matrimonio.
Ora capisco cosa intendeva dire Brian quando sosteneva che “il matrimonio è la tomba di ogni relazione felice”. Forse la cosa non vale per Mel e Linzy, e lo stesso per Ben e Michael...ma il nostro caso è diverso.
Noi siamo diversi.
Rabbrividisco ogni volta che ripenso ai giorni precedenti alle nostre mai avvenute nozze.
Brian...non era più Brian. Semplicemente.
Quel cercare di compiacermi ad ogni costo, di farmi felice, fino ad annullare sè stesso e ciò che era sempre stato. Non aveva senso, capite?
Io mi sono innamorato di Brian Kinney la prima volta che l’ho visto. Così com’era.
Senza promesse, senza garanzie.
Come gli ho detto nel suo ufficio, poco dopo aver rotto con Ethan...Ho capito cosa vuole da me, e so cosa posso aspettarmi da lui.
Ok, lo ammetto, all’epoca ero convinto di potermi aspettare molto meno di quanto già mi dava.
In fondo ci teneva a me. Molto più di quanto fosse disposto ad ammettere e da molto più tempo di quanto lui stesso immaginava.
Quello che voglio dire è che, sebbene nel corso degli anni io abbia più volte manifestato il desiderio di una realzione stabile, arrivando addirittura a sperare che prima o poi anche noi ci saremmo sposati....beh, non era ciò che volevo veramente.
Solo, non sapevo che nome attribuirgli.
Volevo qualcosa che non sapevo ben definire e che, nella mia giovane ingenuità, identificavo con il matrimonio. E la monogamia. E mille altre cazzate.
Ma credetemi, non c’è niente di peggio al mondo che sentir pronunciare la parola “coccole” dalle labbra di Brian Kinney. Un film dell’orrore mi sarebbe parso meno agghiacciante.
Io parlavo di scopate nelle scuderie, nella piscina, nel campo da tennis della nostra nuova casa e lui...lui mi parlava di potare le rose e leggere davanti al caminetto.
Potare le rose, ma vi rendete conto?
Tutto questo per un cerchietto di metallo attorno all’anulare sinistro? No, grazie, tenetevelo pure.
Io preferisco di gran lunga il caro e vecchio Brian Kinney. Narcisista, stronzo, egocentrico, spesso cinico e bastardo....e spesso meno di quanto vuole dare a vedere.
Ecco, quello che voglio.
Ma torniamo a noi...
A New York alla fine ci sono andato. Questo immagino lo ricordiate tutti.
Era una grande opportunità. La migliore mi sarebbe mai potuta capitare. E l’ho afferrata al volo.
Rinunciare ci avrebbe resi infelici entrambi.
Non è lo spirito di sacrificio, che ci tiene uniti.
“Se stiamo insieme è perchè lo vogliamo, non perchè ci sono i lucchetti alla porta. Se sto fuori la notte è perchè sto facendo esattamente quello che voglio: sto scopando. E quando torno a casa, sto ancora facendo esattamente quello che voglio: torno a casa da te.”
Mi sembra ancora di sentire la sua voce, e la musica assordante del Babylon, in sottofondo.
D’accordo, oggi come allora qualche regola l’abbiamo stilata. Ma credo si possa dire che siamo le due persone più libere di tutta Liberty Avenue.
Più libere di coloro che veleggiano ansiosi verso il matrimonio, i voti di fedeltà e la fatidica promessa del “sarà per sempre”. Lo fanno perchè è una cosa che vogliono tutti, e quindi, sentono di doverla volere anche loro.
Lo fanno perchè è una cosa normale. Lo fanno per via di un principio, perchè se la possono fare gli etero, allora la devono poter fare anche loro.
Potere è dovere? Lì la linea si fa così sottile da risultare quasi trasparente, oltrepassarla è un attimo.
E sì, siamo più liberi anche degli altri, quelli che la sera non tornano a casa da nessuno e ufficialmente stanno bene da soli.
Il mondo è pieno di single, etero o non. Ma quanti di loro sono realmente felici di esserlo?
Ve lo dico io, nessuno.
Chi sostiene il contrario, sta’ raccontando una balla a voi, e prima ancora a sè stesso.
Ah, le bugie. Ottimo argomento.
Tra i tanti difetti di Brian – e vi assicuro, io che lo conosco a fondo posso affermare che sono parecchi – c’è da rendergli atto che la menzogna non fa capolino nella lunga lista.
O perlomeno, quando non si tratta di dover esprimere apertamente i propri sentimenti, e accettare che sì, vivere senza quella persona o quell’altra renderebbe il futuro un susseguirsi di giornate di merda.
Ma per il resto, è una delle poche persone che conosco – anzi l’unica, credo – che ha le palle per dire le cose come stanno, sempre e comunque.
La vita è già di per sè un fottuto casino. Che senso ha complicarsela ancora di più?
Ad ogni modo, vi stavo dicendo...sono andato a New York. E ci sono rimasto.
Due anni favolosi, durante i quali ho avuto modo di maturare molto, come artista.
Passavo giorno e notte a dipingere, mentre il mio nome rimbalzava da una rivista all’altra.
E più il tempo passava, più la solitudine si faceva incalzante.
Ironia della sorte, non ero mai stato oggetto di così tante attenzioni, circondato da così tante persone...eppure mi sentivo solo come un cane.
Mi mancava Pittsburg, la mia vecchia vita, mia madre, tutti gli altri.
E, soprattutto, mi mancava lui.
Le settimane proseguivano incessanti, scandite dal susseguirsi di collezioni, mostre e gallerie.
Linzy a volte era presente, gli occhi che brillavano di gioia e soddisfazione nel constatare il mio successo. Lei ha sempre creduto in me, fin dall’inizio.
Non sarei mai andato a New York, se non avessi dato ascolto ai suoi consigli. Ma devo anche dire che ci sarei rimasto a vita, se l’avessi presa troppo alla lettera.
Sì, perchè una volta mi disse che Andy Wahrol non sarebbe mai diventato Andy Wahrol se non si fosse trasferito nella grande Mela.
E’ vero, o almeno lo è in parte.
Perchè andare a New York mi ha aperto gli occhi su un nuovo mondo. Ma dopo due anni, sono arrivato alla saggia conclusione che restarci non me li avrebbe fatti aprire una seconda volta.
Non avevo più nulla da dimostrare.
Ero Justin Taylor. Bastava questo, e per il mondo ero già qualcuno.
Così mi si sono ritrovato a dover scegliere di nuovo, esattamente come due anni prima.
Ve lo dico senza tanti giri di parole, ho fatto la scelta più azzardata.
E vi risparmio il resoconto delle interminabili telefonate di Linzy, durante le quali le sue prediche si sarebbero sentite da Toronto anche senza l’ausilio della linea telefonica.
Lei sosteneva che avevo appena dato un calcio nel culo al futuro della mia carriera.
Per come la vedevo io, se il mondo mi apprezzava così tanto...beh, sapeva dove stavo.
A Pittsburg.
Sì, sono tornato.
Dipingevo a casa mia, e Linzy si occupava di seguire l’allestimento delle mostre in giro per il Paese.
Se possibile, ho avuto ancora più successo. Forse perchè la mia improvvisa decisione di andarmene da New York ha fatto temere ai miei clienti che le tele esposte nelle varie gallerie fossero le ultime su cui avrebbero potuto mettere le mani.
Invece eccomi ancora qui, a dipingere. E loro sempre lì, ad acquistare i miei quadri.
E in qualche modo devo aver condizionato Mel e Linzy, perchè l’anno successivo sono tornate anche loro, con la prole al seguito.
Non che a Toronto si trovassero male, sia chiaro. Ma non è come essere a casa.
Forse si sono accorte che i pregiudizi sono ovunque, che il luogo dei nostri sogni – così come lo abbiamo sempre immaginato – di fatto non esiste. O forse hanno pensato che Gus e Jenny, per crescere bene, dovessero stare vicino a coloro che li amavano.
Ricordo le lacrime di Debbie quando ha preso la piccola in braccio, stupendosi di quanto era cresciuta in così poco tempo e stritolandola in un abbraccio di quelli che riservava a Michael, quando era bambino.
Quanto a Michael, prima che me lo chiediate...la famiglia Novotny-Bruckener è risultata essere più solida di una roccia. Soprattutto con l’arrivo un nuovo membro, Callie.
Esatto, sto parlando proprio di quella Callie.
Dopo l’ennesima sprezzante dimostrazione omofobica dei suoi genitori nei confronti di Hunter, la cara ragazza lì ha definitivamente mandati a quel paese, ha fatto i bagagli, e si è trasferita da Ben e Micky. Adesso lei e Hunter stanno assieme, ma raccontarvi ora tutti i dettagli sarebbe troppo lungo, così come parlarvi del nuovo lavoro di Emmett o del nuovo compagno di Ted. Sono discorsi che riprenderemo più avanti.
Per il momento preferisco parlarvi di lui, Brian – fottuto – Kinney, e del fatto che tanto per cambiare è riuscito a comportarsi da stronzo anche mentre non c’ero.
Non ha dovuto nemmeno faticare tanto, gli è bastato evitare di sollevare la cornetta del telefono e comporre il mio numero.
Il risultato? Due mesi di assoluto silenzio.
D’accordo, si può dire la stessa cosa di me. Nemmeno io l’ho chiamato.
Per una volta, ho deciso che avrebbe dovuto essere lui a fare il primo passo.
Ero certo che l’avrebbe fatto...restava solo da capire quando.
Ricordo ancora come se fosse ieri quando ho telefonato a casa di Debbie, la sera del suo compleanno, per farle gli auguri. Erano tutti lì, con lei, a festeggiare, davanti a una torta ricoperta da fin troppe candeline.
Neanche il tempo di dire “Ciao Deb, auguri!” e sentire in risposta un sorpreso e commosso “Raggio di sole..”, e il telefono le era stato tolto di mano, rimbalzando da Emmett, a Ted, Micheal, Ben, Hunter e via dicendo. Un’accozzaglia di voci che si susseguivano tanto alla svelta da sovrapporsi.
Poi qualcuno - e io ho il sensato sospetto che sia stata proprio Debbie – deve aver ficcato il telefono in mano a Brian.
“Ciao, Picasso”
Io avevo esclusio a prori che lui fosse presente, ben sapendo cosa ha sempre pensato dei compleanni.
Devo ammettere che se io ero sospreso, lui non lo era da meno visto che ha sparato un nome a caso, beccando proprio uno dei pochi pittori che non ho mai apprezzato.
E vi assicuro, è raro trovarsi di fronte – o in questo caso al telefono, Brian Kinney in versione impreparata.
Proprio lui che è sempre pronto, per antonomasia.
“Picasso era un coglione”
L’ho sentito sorridere, prima di schiarirsi la voce. Probabilmente aveva gli occhi di tutti fissi su di sè. Motivo per cui la nostra conversazione è durata meno di due minuti, una manciata di botta e risposta che possedevano un che di impersonale.
Lo confesso, ci sono rimasto di merda. Lo conosco, so che raramente parla sul serio, e che quando lo fa non ama avere spettatori.
Però cazzo, non lo sentivo da due mesi. Sinceramente, mi ero immaginato una scena ben diversa.
Più tardi, la stessa sera, mentre rimuginavo sull’accaduto il telefono ha attaccato a squillare.
Non l’ho mai detto a nessuno, ma ho letteralmente smesso di respirare quando ho riconosciuto il numero che lampeggiava sul display.
Era Brian.
L’ho lasciato suonare altre due volte, mentre il sorriso si distendeva sulle mie labbra e l’aria riprendeva a circolare nei polmoni.
“Pronto?”

Edited by anfimissi - 6/9/2008, 14:58

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