Once Upon a Time... (Anfimissi's Privated Forum)

Capitolo 4, Bad glances and stolen chances
view post Posted on 5/9/2008, 11:37Quote
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"So, are you coming or going? Or coming and then going?
Or coming and staying?"
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Alla nostra Sere, che in questo giorno speciale festeggia il suo compleanno.
Ad una delle persone più belle e dolci che abbiamo mai avuto il piacere d’incontrare.
Ci sono tanti modi per festeggiare una persona come te, ma abbiamo deciso di dedicarti questo capitolo, racchiudendo in queste semplici parole tutto il bene che ti vogliamo.
Tanti auguri Sere, sperando sia il compleanno più bello.
Lau e Cla.







CAPITOLO 4 - BAD GLANCES AND STOLEN CHANCES







“Malfoy.”
Quello e il lieve bussare alla porta portarono un Draco ancora mezzo addormentato a corrugare la fronte, rigirandosi infastidito tra le lenzuola aggrovigliate.
“Malfoy!”
“Granger...” – borbottò a bassa voce, riconoscendola. Schiuse una palpebra appesantita dal sonno, e gettò uno sguardo all’orologio sulla parete. Non erano nemmeno le sette.
“Cazzo vuoi?” – la voce era impastata di sonno mentre cercava di schiarirsi le idee, ancora avvolte nel tempore del dormiveglia.
“Ti devo parlare” – la sentì sbottare, il tono palesemente seccato.
Rassegnato, Draco si sollevò a sedere, lasciando che le lenzuola di seta scivolassero sulla sua pelle di alabastro, ammucchiandosi lungo i fianchi.
Allungò la mano verso il comodino, afferrando il pacchetto di sigarette. L’attimo dopo imprecò a denti stretti mentre la scatola vuota cozzava contro la porta.
“Che succede?” – la sentì chiedere.
“Vieni dentro, Mezzosangue” – si passò una mano tra le ciocche albine, mentre lo sguardo d’argento si spostava sull’uscio – “Non è il massimo sentire te che confabuli fuori dalla mia camera di primo mattino”
“Divertente” – commentò la strega – “Davvero divertente. Mi spieghi come cavolo faccio ad entrare?”
“Io proverei con la maniglia” – suggerì sarcastico, e rimase poi a osservare il pomello interno ruotare, mentre un’esclamazione di stupore sfuggiva dalle labbra della Granger.
La ragazza si infilò nella stanza, a piedi nudi, chiudendo velocemente la porta dietro di sè. Le spalle appoggiate all’uscio e gli occhi chiusi, teneva sotto il braccio un fagotto verde-argento.
“Davo per scontato che l’avessi chiusa a chiave” - mormorò, le palpebre tenacemente serrate.
Draco ghignò, immaginando la patetica scena della Granger intenta a chiudere ogni sera la porta della propria camera a triplice mandata, proteggendola ulteriormente con un numero non ben definito di incantesimi, il tutto volto a salvaguardare la sua preziosissima virtù.
“Non ci penso nemmeno” - la contraddisse, mentre una smorfia compiaciuta si allargava sulle sue labbra - “Ti dirò, Granger, non è il massimo delle mie aspirazioni passare le notti facendo spola dal letto a lì per aprire e chiudere la porta...”
“E perchè mai di notte dovresti aver bisogno di aprire e chiudere ripetutamente la port...” - e si interruppe.
Il biondo tenne gli occhi fissi sul volto di lei, osservandola prendere atto delle sue stesse parole. Le guance le si colorarono appena mentre sbottava un piccato – “Contento tu...”
“Oh, non immagini nemmeno quanto” – alluse provocatoriamente, prima di lasciarsi andare a un risolino di fronte alle palpebre sempre più strizzate di lei – “Puoi aprire gli occhi, Granger. Sono vestito.”
Memore di quanto accaduto il giorno prima la Grifondoro , esitò. Poi, quasi a rallentatore, sollevò le palpebre. Sussultò, soffocò una mezza imprecazione, serrò nuovamente gli occhi per poi riaprirli definitivamente.
“E tu quello lo chiami essere vestito?” – gracchiò, lanciando uno sguardo alle sue spalle nude, i muscoli sodi e ben disegnati che scolpivano il torace fin giù, all’ombelico, dove un lembo di lenzuolo celava il minimo indispensabile – “Non puoi metterti un pigiama, come fanno tutti?”
Privo della benchè minima traccia di imbarazzo, Draco occhieggiò a sua volta verso di lei – “E tu quello hai il coraggio di chiamarlo pigiama?”
La punta di imbarazzo che scorse nelle iridi di lei fu una vera era qualcosa degno di essere fotografato. E incorniciato. Come minimo quell’affare inguardabile glielo aveva regalato la madre della Donnola, si disse. Solo gli Weasley potevano vantare un così pessimo buongusto, e quell’affare informe – più simile a un sacco che a un pigiama a dire il vero – rasentava la decenza. Di un fucsia così acceso da poterlo considerare un insulto alla retina umana, portava una grossa “H” bianca ricamata sul davanti, ricordando vagamente l’insegna di un ospedale babbano.
“Sempre pronta a tutto pur di compiacere gli altri, vero Granger?”
Lei abbassò lo sguardo, e Draco capì di aver fatto centro – “Spero che l’aver fatto felice la Signora Weasley ti ripagherà del fatto di non poterti guardare allo specchio” – proseguì, marcando le parole con ironia.
La vide mordersi un labbro a sangue, un gesto che solo ora notava fosse quasi abituale. Si stava trattenendo. Il che era abbastanza strano, dato che per anni non si era fatta il minimo scrupolo a rispondere alle sue battutine con frecciate intrise di veleno.
Allora non si era sbagliato – pensò – La Mezzosangue stava veramente cercando di seppellire l’ascia di guerra. E, sorprendentemente, in un posto che non fosse la sua schiena.
Sembrava quasi avesse bisogno di accontentarlo. Di compiacerlo.
Di andarci d’accordo.
Qualsiasi altra persona – al suo posto – si sarebbe interrogata a lungo circa questo repentino cambiamento.
Qualsiasi altra persona, eccetto lui.
Draco Lucius Malfoy se ne sbatteva i coglioni delle motivazioni che la spingevano a comportarsi alla stregua di un obbediente cagnolino, sebbene fosse palesemente recalcitrante.
Aveva la possibilità di divertirsi come mai prima di allora, di provocarla a dismisura, di comandarla a bacchetta...questa era la vera cosa importante.
“Cosa mi metto o meno non è affar tuo” – lo stava intanto rimbeccando lei, punta sul vivo.
“Curioso” – soffiò affabile – “Mi sembrava che ieri avessimo detto tutto il contrario”
Scivolò con lo sguardo d’ardesia sul mucchio di vestiti che la strega stringeva appallottolati sotto il braccio – “Del resto, mi aspettavo che non avresti avuto il coraggio di andare fino in fondo...” – la provocò.
Ah, beato e stupido orgoglio Grifondoro!
Non aveva ancora finito di pronunciare la frase che già gli occhi dorati di lei mandavano scintille.
Uno scherzo da ragazzi. Avrebbe fatto più fatica a dar fuoco a una tanica di benzina con un fiammifero acceso.
Si limitò a fissarla, mentre alzava fieramente la testa, raddrizzando le spalle e sfoderando un’espressione fieramente determinata.
“Ti sei scordato di darmi la cravatta. E la spilla.” – affermò, ostentando una sicurezza che probabilmente non provava – “Sai come siamo noi Grifondoro...non facciamo mai le cose a metà”
Era un bluff.
Draco ci avrebbe scommesso entrambe le palle. Probabilmente aveva sperato che lui avesse cambiato idea, durante la notte. E questo dimostrava quanto in realtà Hermione Granger lo conoscesse poco.
Al contrario, lui l’aveva messa alle strette, e lei aveva reagito nell’unica maniera possibile: ingoiando il rospo e facendo buon viso a cattivo gioco.
“Trovi tutto quello che ti serve lì” – indicò l’imponente armadio a parete, prima di sistemarsi più comodamente sul letto, un cuscino di piume dietro la schiena e un ghigno che non prometteva nulla di buono stampato sulle labbra – “Forza. Vediamo come ti sta”
Hermione annaspò, sbiancando seduta stante.
La mano ferma a mezz’aria, flettè l’indice verso il basso, puntandolo verso il pavimento – “Qui?!?” – squittì.
“Prego” – continuò Draco, scivolando verso il basso. Il mento appoggiato al palmo della mano e il gomito che premeva contro il materasso – “Fa’ pure come se fossi in camera tua...”
La strega deglutì a vuoto – “Non puoi parlare sul serio!”
“Dici?”
“Non era questo l’accordo.”
Le braccia conserte, la strega non accennò a muoversi di un millimetro.
“Paura, Granger?”
La stava mettendo alla prova. E lei lo sapeva.
Glielo leggeva negli occhi.
Quasi fosse una sfida a tirarsi indietro.
Hermione Jane Granger aveva le mani legate. E questo – purtroppo per la strega – lo sapevano entrambi.
La vide inspirare profondamente, per poi lanciargli un’occhiata a dir poco omicida, mentre muoveva un passo dopo l’altro, avvicinandosi all’armadio con lo stesso entusiasmo di un condannato destinato al patibolo.
Aprì le ante, incrociando le sue stesse iridi nello specchio che rivestiva l’interno di una delle due.
Draco la osservò perdersi per un istante in quel gioco di riflessi. Probabilmente stava cercando di farsi coraggio, pensò.
“Raccapricciante, non è vero?” – infierì invece, alludendo nuovamente al pigiama di lei.
Le pupille della Grifondoro rotearono verso il basso, uno sguardo fugace all’indumento in questione.
Serrò i denti, senza proferire parola.
Voltò le spalle al biondino, afferrando la gonna spiegazzata.
Draco teneva gli occhi incollati su di lei. Un vago senso di eccitazione andava mischiandosi al suo sangue puro, anticipando mentalmente la scena a cui avrebbe assistito di lì a poco.
Era uno spasso.
Ed era anche sorprendentemente intrigante.
Con ancora i pantaloni addosso, la strega fece scivolare i piedi scalzi all’interno della gonna, facendo poi risalire l’indumento verso le ginocchia. Nonostante la cerniera fosse del tutto abbassata, la divisa Serpeverde faceva attrito con il tessuto sottostante, rendendo complicato il tentativo della mora farla proseguire verso la vita.
“Forse faresti meno fatica se ti togliessi prima i pantaloni” – suggerì il Principe di Serpeverde, divertito.
Lei nemmeno si voltò a guardarlo.
“Va benissimo così” – sibilò a denti stretti, riprendendo a trafficare con il tessuto verde scuro.
Dopo un paio di minuti e un numero imprecisato di borbottii, rivolti sicuramente a lui e alla situazione assurda in cui l’aveva ficcata, riuscì ad agganciarsi la gonna alla vita, imprigionando il bottone dentro l’asola e chiudendo la cerniera, per poi liberarsi dell’ingombro sottostante.
Draco la scrutò incuriosito, e - nonostante tutto – anche un poco affascinato, mentre la strega lasciava scivolare i pantaloni lungo le gambe snelle, scavalcandoli con un saltello per poi allontanarli con la punta del piede.
Un altro respiro profondo e la vide portarsi le mani alla casacca. Malfoy sorrise, conscio che in quel caso non avrebbe potuto utilizzare lo stesso stratagemma di prima.
Un formicolio, leggero quanto persistente, sembrò risvegliare le sue parti basse quando vide la Mezzosangue sfilarsi la parte superiore del pigiama con un unico gesto fluido.
Il Serpeverde ringraziò il cielo che la ragazza gli desse le spalle, perchè in caso contrario non le sarebbe di certo sfuggita l’espressione sconcertata che per un attimo era aleggiata sul suo volto.
Impossibile restare indifferenti a quella cascata di riccioli castani che sfioravano la pelle lattea delle spalle, oscillando lungo la schiena nuda, sulla quale spiccava soltanto la sottile strisciolina di pizzo rosa del reggiseno.
Una vista da mozzare il respiro. Cento volte più seducente delle decine di ragazze che aveva avuto nude e ansimanti nel suo letto.
Lei non osava muoversi, i muscoli rigidi per l’imbarazzo.
Fu più forte di lui. Sgusciò dal letto, infilandosi un paio di boxer puliti per poi avvicinarsi a lei, i piedi nudi che non provocavano il minimo suono sulle piastrelle di marmo scuro.
Le arrivò alle spalle, espirando piano l’aria trattenuta troppo a lungo nei polmoni.
Percependo quel lieve soffio sulla spalla la strega si irrigidì – se possibile – ancora di più.
Sembrava di stare dentro un incantesimo.
Una tensione sensuale saturava l’aria, costringendoli a subire - nella staticità delle loro posizioni – tutta una serie di sensazioni di cui avrebbero voluto fare a meno.
Lentamente, Draco sollevò una mano, insinuandola tra i boccoli di lei, all’altezza delle scapole. Dita leggere sfiorarono la sua pelle velata dal pizzo, muovendosi con sapiente agilità.
A quel contatto, Hermione sussultò – “Che stai facendo?”
“Avevi un gancetto staccato”
La voce gli uscì più roca di quanto avesse creduto possibile. Sicuramente era colpa dello shampoo di lei, o di qualche profumo che si era messa addosso, si disse.
Un qualcosa a cui era allergico e che gli aveva scatenato quell’improvvisa irritazione alla gola, oltre alla difficoltà di respirazione.
Non c’era altra spiegazione possibile.
“Devi proprio stare qui?” – lo supplicò lei, mentre con dita tremanti afferrava la camicia immacolata.
No.
Non doveva per forza stare lì. Anzi, sarebbe dovuto tornare dove era, seduto sul letto a quattro metri di distanza a prendersi gioco di lei con lo sguardo.
In teoria, forse. Ma nella pratica si stava facendo tutto più complicato.
C’era qualcosa che lo tratteneva lì. Qualcosa che lo spingeva a rimanere, a bramare quella strana forma di allergia.
“Devo vestirmi” – rispose, la voce volutamente atona.
“Non puoi farlo dopo?” – obiettò la mora, cercando di non muoversi mentre si infilava la camicia, perchè sapeva che se solo si fosse spostata indietro di dieci centimetri avrebbe incontrato il suo petto nudo.
“Prima o dopo, cosa cambia...” – buttò lì con noncuranza.
“Cambia” – sostenne caparbia, guardando fisso davanti a sè. Iridi d’oro che cercavano appiglio tra le grucce allineate nell’armadio – “Non ho spazio per vestirmi, con te che mi stai addosso così. Mi manca l’aria”
Anche a me.
Non lo disse, e dopo un attimo di totale smarrimento negò pure a se stesso di averlo anche mai solo pensato.
Afferrò un paio di pantaloni scuri, una camicia dal colletto inamidato e si vestì a sua volta, senza dar voce a ulteriori commenti.
Un minuto dopo la sentì sospirare di sollievo – “Fatto”
La vide girarsi verso di lui, fronteggiandolo con uno sguardo che pareva voler sottolineare chissà quale vittoria.
Draco finì di annodarsi la cravatta, quindi la squadrò da cima a fondo, attentamente.
“Non male” – concesse, con un tono di voce che sapeva di sufficienza – “Del resto la divisa di Serpeverde farebbe sembrare decente anche un Troll...”
Lei incassò senza fiatare – “Dove diavolo hai preso questa divisa?” – gli chiese invece, guardandosi per la prima volta allo specchio -“L’hai rubata a qualche primina?”
La gonna era vertiginosamente corta, oppure erano le sue gambe ad essere incredibilmente lunghe.
Draco fissò divertito le spesse calze scure che le arrivavano sotto il ginocchio e la camicia, piacevolmente tesa all’altezza del petto. Lo sguardo gli cadde poi sul dietro della gonna, facendogli inarcare un sopracciglio – “Non hai chiuso la cerniera”
La vide arrossire fino alla punta delle orecchie – “Sì che l’ho fatto”
Il biondo scosse la testa, divertito da quell’attacco di pudore – “E’ a metà”
Fulminea, Hermione si portò le mani dietro alla schiena, armeggiando con quella cerniera che sembrava decisa a remarle contro. La mosse verso l’alto, provò a ridiscendere di qualche centimetro verso il basso, fino ad arrivare a forzala senza riguardo.
“Faccio io” – e senza darle il tempo di replicare sostituì le mani di lei con le sue – “Era di Pansy. Me l’ha lasciata come ricordo”
“Ma che cosa romantica” – frecciò sarcastica – “La prima volta che l’hai spogliata, suppongo. Merlino, avrei preferito non saperlo” – concluse schifata.
Lui si strinse nelle spalle, facendole capire che il suo pensiero gli era totalmente indifferente. Due colpetti decisi, mentre lei tratteneva il fiato, e l’aggeggio infernale parve sbloccarsi, risalendo fino alla chiusura – “A posto.”
“Grazie” – la sentì mormorare controvoglia.
Lui non rispose, la mano ancora appoggiata sulla vita di lei. Godendo del suo imbarazzo, lasciò scivolare le dita verso il basso, accarezzando il tessuto morbido mentre seguiva il profilo seducente dei suoi fianchi.
Incapace di reggere oltre, Hermione allungò una mano per allontanare la sua.
“C’era una piega” – si prese gioco di lei – “La stavo lisciando”
“E’ una gonna a pieghe” – sbuffò contrariata, guardandolo di traverso.
Il ghigno di lui si fece ancora più accentuato – “Lo so.”


***

Pateticamente prevedibili.
Ecco com’erano i Grifondoro.
Seduto al tavolo di Serpeverde, Draco ignorò le lamentele di Blaise circa il compito di Pozioni che li aspettava quella mattina così come i pettegolezzi mitragliati a raffica dalla stridula voce di Pansy.
Gli occhi fissi sulla lunga tavolata collocata dalla parte opposta della stanza, teneva le labbra serrate in una linea incredibilmente sottile.
La Mezzosangue non era venuta.
Non che la cosa lo stupisse, a dire il vero.
Glielo aveva letto negli occhi quando, mezz’ora prima, aveva lasciato la sua camera.
“Ci vediamo a colazione” – le aveva detto, facendole chiaramente capire che non era tanto lei che era interessato a vedere, quanto la reazione dei suoi compagni di Casa nel vederla agghindata in quell’insolita tenuta, con tanto di cravatta verde-argento attorno al collo e la spilla di Serpeverde appuntata sul petto.
Lei aveva annuito con fare convinto, ed era stato in quel preciso istante che Draco aveva realizzato che quella mattina – a fare colazione in Sala Grande – la Mezzosangue non ci sarebbe stata manco morta.
Il che – se possibile – rendeva l’intera faccenda ancor più divertente.
Da una parte non vedeva l’ora di assistere ai probabili colpi apoplettici di cui sarebbero rimasti vittima gli inutili occupanti della torre di Grinfondoro. Dall’altra, la Granger che si vergognava come un cane a mostrarsi in pubblico era uno spettacolo ancor più impagabile.
Con un’insolita dose di buonumore addentò l’ultimo pezzo della fetta biscottata che teneva tra le dita, quindi si passò il tovagliolo sulla bocca e abbandonò tavolo e compagni senza nemmeno l’ombra di un saluto.
Inforcò le scale che portavano al secondo piano, decidendo che una strega scontata come la Mezzosangue si sarebbe certo rintanata nel bagno più infestato che Hogwarts possedesse.
La prima cosa che inquadrò una volta intrufolatosi di soppiatto nella stanza fu Mirtilla, appollaiata su un lavandino e intenta a chiacchierare con qualcuno.
L’altra figura era completamente nascosta, seduta dietro l’imponente struttura di marmo che troneggiava in mezzo alla stanza piastrellata, ma potè comunque riconoscerne la voce.
Il rumore di un coltello che raschiava il fondo di un barattolo accompagnava la noiosa conversazione con il fantasma.
Mosse un passo in avanti, e Mirtilla si accorse di lui.
“Ohhh” – esclamò quest’ultima, facendogli una radiografia con gli occhi – “Che bel bocconcino! Non so cosa darei per...”
Una seconda voce la interruppe, mentre un braccio sembrava sbucare dal nulla per tendere una fetta di pane cosparsa di marmellata al fantasma – “Puoi provare se vuoi. Ma sinceramente, Mirtilla, non credo proprio sia il caso. Al contrario di te, il cibo è sottoposto alla forza di gravità.”
“Ma io parlavo di quello” – asserì l’ex Corvonero, indicando in direzione della porta – “Ciao carino, come ti chiami?”
Draco non rispose. Si limitò a fissare la struttura dietro alla quale era nascosta l’altra ragazza, finchè il volto della Mezzosangue non vi fece capolino, sporgendosi titubante.
Impallidì, riconoscendolo, e sparì all’istante nel suo nascondiglio.
Poi, quasi ci avesse ripensato, la sentì alzarsi in piedi e la osservò mentre usciva definitivamente allo scoperto.
“Malfoy!” – lo apostrofò, trafiggendolo con lo sguardo – “Che diavolo ci fai tu qui?”
“Mi hai letto la domanda nella mente, Mezzosangue.”
Lo disse senza la minima traccia di rabbia, quasi con una punta di divertimento.
E questa cosa parve stupirla.
Forse si aspettava di vederlo adirato per non aver mantenuto la parola ed essersi presentata in Sala Grande assieme a tutti gli altri.
Era uno spasso – si ripetè per la seconda volta nel giro di poche ore.
Ma non capiva che trovarla seduta per terra, nel bagno di quello strazio di fantasma, intenta a consumare la propria colazione di nascosto era una scena per cui avrebbe sborsato fino all’ultimo galeone che possedeva?
Anche perchè, dopotutto, non faceva altro che rimandare l’inevitabile.
Povera Mezzosangue, per un attimo le aveva quasi fatto pena.
Per un attimo, però. E soprattutto, quasi fatto pena.
Girò sui tacchi, ignorando le occhiate ammiccanti di quella rompiscatole morta da decenni, e senza aggiungere altro si avviò verso la porta.
“Te ne vai di già?” – saltò su la Grifondoro, inviperita. Le iridi ambrate riflettevano tutta la frustrazione, l’impotenza di cui si sentiva vittima. Esisteva un solo modo per cercare di sentirsi meglio. Colpire per non essere colpiti – “Credevo non vedessi l’ora di gongolarti, gioendo per questa stupida umiliazione...”
Era letteralmente fuori di sè.
“Umiliazione?” – le fece eco Draco, l’espressione fintamente sorpresa – “E’ solo un’innocua divisa scolastica, Granger. Grifondoro, Tassorosso, Corvonero, Serpeverde...che importa, una vale l’altra, no?” – quindi le scoccò un sorriso strano, prima di darle il colpo di grazia definitivo – “Non era questo che andavi professando?”
Lei non trovò parole per rispondere.
Rimase in silenzio, cercando di riacquistare un minimo di controllo.
Draco si soffermò ancora un attimo sulla soglia, il piede già al di là della porta - “Ad ogni modo...non ti preoccupare, Mezzosangue” – soffiò, le iridi che brillavano - “La giornata non è che all’inizio. E credo proprio che le occasioni per gongolare non mancheranno”

***

Forse poteva rimanere in bagno per il resto della sua esistenza, piazzarci degli stendardi rosso-oro e dare inizio ad una nuova vita con Mirtilla Malcontenta.
Si diede della cretina solo per averlo pensato, rassettandosi la gonna e preparandosi ad affrontare gli altri compagni.
Mise un piede fuori dal bagno diroccato e capì che le mancava la preparazione psicologica necessaria per frequentare le lezioni vestita da Serpe.
Un momento, poteva sempre utilizzare la Camera dei Segreti come scorciatoia, sperando che il basilisco, ormai passato a miglior vita, non vi avesse deposto le uova.
Fronteggiò i rubinetti con un cipiglio combattivo, ricordandosi la sua mancanza di doti con il Serpentese.
Non avrebbe avuto vita facile ad aprire il passaggio, miseriaccia.
A mali estremi, si consolò, estremi rimedi. “Bombarda!”- berciò, contribuendo a mandare in pezzi le ultime parti sane di quel bagno.
Tossicchiò, facendosi aria con la mano per diradare la nebbiolina che i detriti avevano sollevato. Gesù, come minimo l’avevano sentita fino in Scozia.
Si calò nel cunicolo umido e polveroso, atterrando di sedere sul terriccio morbido.
Gli occhi le pizzicavano dato l’accumulo di polvere e lì sotto era buio pesto. Decisamente, riflettendoci, far esplodere i lavandini e sgattaiolare nell’ex tana di un serpentone mitologico che l’aveva pietrificata non sembrava più così geniale.
“Lumos” – mormorò attendendo che la bacchetta facesse il suo dovere, fendendo l’oscurità.
Niente, continuava a non vedere un fico secco, solo qualche foglia sparsa qua e là.
Mosse qualche passo incerto, incappando in una radice spuntata da chissà dove che l’aiutò a finire stesa di nuovo a terra.
Era sicura che Malfoy la stava osservando con una sfera di cristallo, acciambellato su una sedia in velluto, intento ad ammazzarsi dal ridere.
Tentò di ripulirsi dalla cascata di foglie che si era radunata tra i capelli, accorgendosi di aver inghiottito un po’ di terra. Perfetto, una strega brillante, l’apice per il suo curriculum.
“Malferret, ti conviene pregare affinché rimanga intrappolata qua sotto” – inveì, scrollandosi una radice o lumaca gigante dalle ballerine.
Si bilanciò, appoggiando una mano alla parete e trovandolo viscida. Illuminò con il fascio di luce artificiale la poltiglia verdastra.
Abbattuta, non provò nemmeno a scollarsela di dosso, puntò la luce sul terreno e riprese la sua avanzata.
Uno strappo sonoro la fece immobilizzare, irrigidì le spalle. “Ci mancava” – bofonchiò – “Se continuo così, tanto vale che noleggio la tunica di Tarzan”.
Alzò il capo, avvertendo un vociare ovattato proprio sopra di lei. Si portò le mani al petto, rinfrancata, aggrappandosi alla parete per scorgere un pertugio da cui proveniva della luce.
Fece perno sulle punte dei piedi, infilando la bacchetta nel passante della gonna e spingendo quello che assomigliava ad un tombino.
Raccolse le forze e si arrampicò, puntando i gomiti sulla superficie liscia di alcune piastrelle.
Sgusciò fuori dal cunicolo e sorrise soddisfatta, ritrovandosi su un lucido pavimento bianco. Con un sospetto rumore che le ricordava il continuo scroscio dell’acqua. Vapore acqueo ovunque, odore di bagnoschiuma, più in là c’erano anche dei boxer.
Boxer?Oh, benedetta sfiga, era finita negli spogliatoi maschili di Grifondoro. Si schiaffò una mano sul viso – “Porca Morgana” – imprecò Dean Thomas “Una Serpeverde?”
Hermione neanche lo degnò di una risposta, troppo impegnata a rimettersi in piedi e a scrollarsi di dosso la flora di Hogwarts.
“Sei pazzo?” – intervenne un’altra voce, appartenente ad un rossino di sua conoscenza - “E’ solo ‘Mione, vestita da Serpeverde”
La Granger osservò l’espressione di Ron, ammirando come nel giro di un secondo passasse dalla più totale rilassatezza al panico.
“Ehi,sentite, mentre vi blocco la crescita potreste indossare qualcosa?” - si limitò a chiedere la mora, arrossendo.
Weasley barcollò, infilandosi i pantaloni della tuta e nel contempo saltellando verso di lei.
“Sei sotto Imperius?” – le chiese, sbracciando verso Harry per accorrere in suo aiuto.
“Non lo so, che fai se rispondo di si?”
“Ti schianto” – replicò il rosso, afferrandola per le spalle.
“Ok, allora no.” – tentò di rassicurarlo – “Sei in una realtà parallela, dove mi hanno smistato a Slytherin, tu hai una relazione con Neville e i Cannoni di Chudley non esistono”
Il ragazzo sbatté le palpebre, infine si accasciò al suolo, privo di sensi.
Hermione sbuffò, questa era l’ennesima pessima idea della giornata, davvero, sembrava che il suo cervello stesse cercando di rifarsi su tutti quegli anni di ligio dovere.
Senza riuscire a prestare soccorso all’amico si ritrovò strizzata in un abbraccio soffocante. Harry Potter le accarezzò i capelli, preoccupato.
“Che succede?Come diavolo sei conciata?” – ringhiò, sollevandole il mento per guardarla negli occhi – “Ron è svenuto?”
“Sto bene, non preoccuparti per me” – lo rinfrancò, dandogli un bacio sulla spalla, scostandosi subito - “Facciamogli aria”
Si accucciarono vicino al corpo senza sensi del ragazzo, passandogli un asciugamano umido sul volto.
“Tu non stai bene, cazzo, sembri una Serpe”
“E’ solo una stupida divisa” – ribatté, tenendo la mano a Ron “Sotto ci sono sempre io, Hermione”
“Quella divisa fa la differenza, credimi” – le fece notare, invitandola ad intercettare gli sguardi disgustati dei suoi compagni di Casa, turbati da uno stupido pezzo di stoffa.
Era assurdo che invece di vedere lei dentro quei panni, si limitavano a notare i colori che sfoggiava. Era un comportamento idiota e superficiale, convenne.
“Sapete cosa?Il verde mi dona” – affermò, rialzandosi - “Andate tutti a quel paese!Ora, con permesso, vado ad autodenunciarmi dalla McGranitt”


**


Hermione sbuffò, calciando un sassolino inesistente e borbottando tra sé e sé, aspettando che la Professoressa di Trasfigurazione venisse a chiamarla.
Era logico che sarebbe finita in quel modo la giornata, di cosa si stupiva ancora?Come ciliegina sulla torta si aspettava che tutti i suoi libri prendessero fuoco, coronando l’evento con una dichiarazione inaspettata di Silente in cui ammetteva che tutti i componenti dell’Orbis in realtà erano membri di una setta satanica volta a rovinarle la vita.
Forse non era semplicemente destino, gli innumerevoli graffi sulla sua divisa ormai martoriata mandavo dei messaggi subliminali, alquanto evidenti, su come se la stesse cavando alle prese con Draco Malfoy.
“Ehi, come sta la mia Grifondoro preferita?” – esordì Luna, accarezzandole una spalla.
Hermione sfoderò un sorriso tirato, con tanto di labbro inferiore tremulo e criniera leonina ai massimi storici.
“Verrò rinchiusa ad Azkaban per la fine dell’anno” – la informò – “Non è un motivo indecente per essere incarcerata?Diciassette anni, una futura carriera di Ambasciatrice delle Creature Magiche stroncata, le calze smagliate e tutto per colpa di chi?Indovina..Draco Satana Malfoy!”
“Ma non faceva Lucius come secondo nome?” – domandò la Lovegood, perplessa - “In ogni modo, oggi hai dimostrato che una fiera Grifondoro come te non ha paura di mostrare la sua solidarietà verso i Serpeverde. Io l’ho apprezzato, è stato un bel gesto”
Bel gesto, un paio di ciuffoli. Era praticamente stata costretta ad indossare quella divisa.
La bionda le offrì un sorriso fiducioso, portandole una ciocca di boccoli castani dietro all’orecchio.
Però questo l’aveva portata ad una riflessione, vivere da Slytherin un giorno era stato un inferno. Pensare di ricevere lo stesso trattamento per sette anni l’aiutava a vedere la realtà da una prospettiva diversa.
“Eccola qua la ragazza dell’anno, quella che sgattaiola negli spogliatoi maschili” – la dileggiò una voce familiare - “Audace Granger, sono colpito”
Il fatto che avesse rivalutato la situazione delle Serpi non la rendeva comunque propensa a disquisire con Malfoy.
“Ti ho tirato sette anni di sfiga, Malfoy” – sbottò – “Sparisci prima che rispolveri le piaghe d’Egitto”
Il ragazzo si sistemò all’altro lato del corridoio, fronteggiando le due streghe.
“Dopo aver passato del tempo in tua compagnia nemmeno una dichiarazione d’amore di Potter potrebbe smontarmi” – scandì, infilando le mani nelle tasche anteriori dei calzoni eleganti – “La divisa stracciata e l’intera foresta pluviale tra i capelli è un tentativo malriuscito di lanciare una moda?”
Hermione strinse i pugni, furibonda. Perché diavolo non la ignorava come aveva sempre fatto nei sei anni precedenti?
Ogni volta che se lo ritrovava davanti le sue frasi diventavano un’accozzagli di parole balbettate e senza il minimo senso. Era uno sputo in un occhio ad ogni comune reazione concepita nell’universo.
“Al diavolo” – ringhiò, trattenuta solo dalla presa affettuosa della Corvonero – “Ho indossato questa benedetta divisa, fatto colazione in un bagno, visitato la residenza estiva di Gazza. Sono stata umiliata, che altro manca al tuo elenco?”
“Deduco che non ti sia piaciuto” – asserì, imperturbabile - “Svegliarsi tutte le mattine e non ricevere un saluto pieno di ammirazione e sudditanza solo perché hai lo stemma di Slytherin appuntato sulla Casacca. Un vero peccato Granger, ti ho rovinato la visione idilliaca della nostra vita, come potrò mai vivere con un tale rimorso?”
La mora si strinse nella giacca verde scuro, posando le iridi ambrate su quelle fredde e distanti dello Slytherin.
Ne osservò i lineamenti, la mascella squadrata e la posa ferina. Sembrava innocuo e incapace di attaccare, invece lui moveva un dito e ti ritrovavi con le spalle al muro.
“Ci ho provato almeno, questo devi riconoscerlo” – ritrose Hermione, mettendo da parte la sua cocciutaggine e seguendo gli insegnamenti di Silente. Ascoltare gli altri, sempre.
Anche se per altri s’intendeva un irrispettoso e vendicativo Slytherin.
“Stupida ragazzina cocciuta” – l’apostrofò, piegando le labbra in un mezzo sorriso.
“Borioso idiota” – lo rintuzzò, sulla stessa infantile lunghezza d’onda.
“Voyeur”
“Malfoy”
“Granger” – ridacchiò – “Il mio cognome non è un insulto”
“Punti di vista”
Luna batté le mani, gioiosa - “Vedete?” esclamò – “Ora almeno riuscite ad avere una conversazione!”
Hermione aggrottò la fronte, poco convinta. Quella appena avvenuta tra lei e Malfoy si avvicinava a malapena ad uno scambio di grugniti primitivi, figuriamoci se si poteva definirla una ‘conversazione’.
Scambio d’insulti civilizzato già suonava meglio.
“Ora potreste, non so, abbracciarvi” – riuscì a proporre la Lovegood, probabilmente anche convinta che quella fosse una buona idea.
Hermione sorrise, abbracciarlo?Ecco quale sarebbe stata la sua vendetta. Riusciva ad immaginarsi il volto sconvolto del biondo.
“Perché no” – acconsentì, allargando le braccia.
Malfoy assottigliò le iridi argentee – “Non farmi questi scherzi, mezzosangue. Non oserai”.
La Grifondoro ridacchiò, questa volta sinceramente divertita. Percorse la distanza che li separava a piccoli passi, sino a trovarsi a pochi centimetri dal volto statuario del ragazzo.
“La mia religione è contro gli abbracci” – smozzicò lui, sovrastandola dall’alto del suo metro e ottantacinque.
“Ma taci” – lo zittì, passando le braccia attorno alla sua vita e posando il capo contro al petto.
Era una sensazione stranissima, il suo stomaco cominciava a dare segni di squilibrio mentre la guancia sfregava contro la camicia bianca di Malfoy.
Lui non si scostò, ma non ricambiò nemmeno la stretta, aspettando solamente che il corpo sottile della Grifondoro interrompesse il contatto.
Il respiro frammentato di Hermione s’infrangeva contro un lembo di pelle esposta, esattamente dove la camicia non lo copriva.
Inspirò godendosi il profumo di pulito che possedeva il biondo, seguendo il placido battito cardiaco.
La pressione delle sue mani sulle spalle la indusse a ricreare un certo spazio tra di loro, se fosse dipeso da lei forse sarebbe rimasta in quella posizione ancora qualche secondo. Immobile mentre la sua leggera vendetta le si ritorceva contro.
Non osò guardarlo negli occhi, incrociò solo le braccia.
L’arrivo di Silente e della McGranitt interruppe la bizzarra atmosfera che si era creata.
“Signorina Granger, per l’amor del cielo” – squittì la sua insegnate, indignata “Nel mio ufficio, subito, mi deve delle spiegazioni”
Hermione annuì, contrita “Si, Professoressa”.
“Ah, Signorina Granger” - interloquì il preside, catturando la sua attenzione.
Si aspettava un richiamo anche da lui, d’altronde aveva passato ogni confine della decenza.
Se lo meritava, avrebbe dovuto anche privarla della Giratempo, dell’aria e dei suoi biscotti alla zucca.
Era indegna dell’Orbis, una pessima studentessa e allieva.
“Mi dica, Preside” – sussurrò, incontrando le iridi azzurre incorniciate dagli occhiali a mezzaluna.
Lui le strizzò l’occhio e in quel frangente Hermione pensò fosse un tic dovuto all’avanzare degli anni.
“Ottimo lavoro Signorina Granger, ottimo” – canticchiò, scomparendo nella stessa direzione della McGranitt.
La lasciò sbigottita e con un’inaspettata voglia di sorridere.

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