CAPITOLO 3“Chi parla?”
“Brian, sei tu che hai chiamato” – ricordo di avergli fatto notare.
“Già” – aveva confermato lui, dopo un attimo di silenzio – “Evidentemente ho sbagliato a fare il numero, perchè è
evidente che tu non sei...uhm...” – il rumore di una rivista sfogliata frettolosamente aveva accompagnato le sue parole – “...Mr. Scopabene.”
Ho riso.
Ricordo che solo qualche istante prima avrei avuto tutto un mondo di cose da dirgli, eppure il solo sentire la sua voce aveva reso tutto meno necessario. Meno lontano.
Tanto naturale, tanto normale da fare quasi paura.
E’ solo tempo.Così aveva detto. E forse, lo era per davvero. Solo tempo.
“Hai pensato a Mr. Scopabene e ti sei ritrovato a chiamare me. Sono lusingato...” – l’ho preso in giro, cercando di sciogliere quello strano nodo che sentivo in gola.
“Avresti preferito che avessi chiamato Mr. Scopabene mentre pensavo a te?” – mi sono sentito rispondere.
Adesso mi capite quando dico che Brian Kinney è unico nel suo genere, e che – passassero anche cent’anni - non cambierebbe mai e poi mai?
E’ cominciata così, quella prima telefonata. La prima di molte altre.
Non che ci sentissimo regolarmente tutti i giorni, intendiamoci. Solo l’idea avrebbe fatto venire un’attacco di orticaria al sottoscritto e un mezzo travaso di bile a Brian.
Lui ha sempre odiato le regole, perchè - come lui stesso sosteneva sempre – ti privano di qualcosa.
E io... Io ho imparato a mia volta a detestarle. Perchè ho scoperto che lui aveva ragione.
Che senso aveva stabilire – per esempio - di sentirsi al telefono ogni dannatissimo giorno?
Ci sono stati periodi in cui mi chiamava anche per tre giorni di fila.
Lo ha fatto perchè doveva? Perchè così era stato stabilito?
No. Lo ha fatto perchè era esattamente quello che aveva voglia di fare.
Quale coppia omologata potrebbe vantare la mia stessa sicurezza?
Io so che è così.
Loro invece dicono di saperlo, perchè è quello che gli fa comodo credere.
Ma torniamo alle telefonate mie e di Brian. Sono certo che non vi stupirei se vi dicessi che molto probabilmente abbiamo stabilito un record del numero di volte in cui l’organo genitale maschile sia stato menzionato durante una conversazione via filo.
E che, il più delle volte, non si trattava affatto di un’esclamazione.
Siamo froci, no? Di cos’altro dovremmo aver voglia di parlare?
Se Debbie potesse sentirmi, in questo momento, probabilmente mi rifilerebbe uno scappellotto che ricorderei per una settimana.
E in fondo non avrebbe tutti i torti.
Il sesso è fondamentale. Ma c’è dell’altro.
Questo lo sappiamo tutti. Lo ha capito anche Brian Kinney, alla fine.
Non mi credete? Fate male, molto male.
Una volta mi ha persino detto che gli mancavo. Io, bravo stupido, ho stretto il cellulare così forte da premere non so bene quanti e quali pulsanti disposti sul lato, attivando così tutta una serie di funzioni che hanno interferito con la telefonata, facendo cadere la linea.
Bella fregatura, eh?
A dire il vero me l’ha detto anche un’altra volta, ma quella non conta. Era ubriaco fradicio, lo avrebbe detto a chiunque tranne che a Mel. Micheal dice che ha passato il resto della notte piegato sul cesso, a vomitare anche l’anima.
E’ quindi normale che Brian di quella serata non si ricordi praticamente nulla, come ho avuto modo di appurare parlandogliene, quando è venuto a trovarmi a New York.
Sì sì, avete capito bene.
Il grande Brian Kinney ha smosso il culo per venire a trovarmi. Ci è venuto in macchina, perchè prendere l’aereo era una cosa troppo semplice, e lui non è lui se non si complica la vita a dismisura..
Col peso di un’azienda sulle spalle e una fila di clienti in attesa dello slogan che li renderà famosi lui che fa? Prende la Corvette e si fa sei ore di strada per venire dal sottoscritto.
Non so, forse credeva che per uno che stava a New York la Pennsylvania fosse dietro l’angolo...del resto era anche convinto che Portland fosse nel Wisconsin, voglio dire...
Conoscenze geografiche del Signor Kinney a parte, sta’ di fatto che c’è venuto.
Non dimenticherò mai la prima volta che è entrato nel mio appartamento. Non smetteva di guardarsi intorno, come a voler memorizzare ogni mimino dettaglio del luogo in cui vivevo.
Le cose che mi circondavano, giorno dopo giorno.
Aveva le labbra un poco arrossate, più appetibili che mai. Gliele avevo divorate mentre salivamo in ascensore, dove solo l’arrivo di un’anziana coppia ci ha impedito di farlo lì, a cavallo tra il tredicesimo e il quattordicesimo piano.
Ha continuato a guardarsi in giro per un po’, poi ha lasciato scivolare lo sguardo su di me.
E non l’ha più spostato.
Io mi ero avvicinato al letto, la maglietta già appallottolata a terra. Ricordo di avergli sorriso, felice e impaziente – “E’ la prima volta che vieni a trovarmi”
Un dato di fatto che avevo voluto rimarcare.
“Allora... Vieni o te ne vai?” – gli ho domandato, ripetendo le stesse parole mi sono sentito dire la sera in cui io – botta di culo o benedetta sfiga, chiamatela un po’ come vi pare – ho incontrato per la prima volta Brian Kinney.
Poi ho iniziato a camminare verso di lui, fermo nell’ingresso con il giubotto di pelle ancora indosso.
“Oppure
vieni, e poi te ne vai...” – ho sussurrato, gli occhi fissi nei suoi e le dita della mano che slacciavano il primo bottone dei miei jeans – “Oppure
vieni, e rimani...”
Inutile dire che mi si è letteralmente avventato addosso.
Avete mai fatto sesso con un Brian Kinney completamente privo dell’autocontrollo che tanto lo contraddistingue?
Io si, ed è stato come farsi risucchiare da un vortice di fuoco. Qualcosa di veramente indescrivibile.
La signora Kinney probabilmente direbbe che quelle sono le fiamme dell’inferno.
Sarà, ma è un gran bel modo per bruciare in eterno.
L’odore di zucchero a velo mischiato alle uova e al cioccolato liquefatto satura le mie narici.
Mentre io ero preso a rivangare ricordi, Gus ha reso omaggio – a modo suo – alla cucina.
Certo, sto già gongolando al pensiero della faccia che farà Brian al suo rientro...ma preferirei che Gus non si impegnasse così tanto. Di questo passo i muri saranno da riverniciare e – capitemi – dopotutto è anche la
mia cucina.
Mia, sua, nostra...optate per l’aggettivo possessivo che più vi ispira, tanto per
noi fa lo stesso.
Ci viviamo da due anni.
Sul campanello, appena fuori dalla porta, spiccano illuminati dal neon i nostri nomi.
B.Kinney.
J.Taylor.
Niente effetto fidanzatini, sul serio, si tratta più che altro di una ragione pratica. Altrimenti dove ce la faremmo spedire la posta?
Mi avvicino a Gus di spalle, prendendolo di sorpresa quanto basta per sfilargli di mano il cucchiaio di legno impiastricciato di cioccolato col quale si sta mescolando i capelli da un paio di minuti.
“Justin!” – protesta, ma io scuoto convinto la testa.
“Fila a fare il bagno” – E così dicendo mi giro verso il bancone, versando l’inquietante contenuto della terrina nella tortiera. Ho ancora il cucchiaio imbrattato tra le dita, ma dovete sapere che il padre di quel tornado a due gambe non può vivere, se la sua cucina non dispone di un set completo di ogni cosa.
Abbiamo sei cucchiai di legno, infilati nell’apposito basamento secondo un ordine di lunghezza decrescente. Quello che mi è appena atterrato sulla testa, coperto dalla poltiglia dolciastra, credo si posizioni a livello intermedio.
Mi volto verso Gus, le sopracciglia inarcate in un’espressione che dovrebbe incutergli chissà quale paura. Lui mi sorride e nasconde le mani – ormai vuote – dietro la schiena.
Delle volte è proprio il degno figlio di suo padre.
Il mio sguardo crucciato è al limite, c’è quello sbuffo di farina sulla punta del suo naso che mi solletica la base del diaframma.
Non resisto e scoppio a ridere, lui fa altrettanto poi afferra un foglio di carta e una scatola di pastelli a cera e trotterella verso il salotto, disinteressandosi beatamente della stanza disastrata che si lascia alle spalle.
Lancio un’occhiata al timer del forno e mi dico che venti minuti bastano e avazano per dare una ripulita a entrambi. Potrei farmi una doccia veloce e schiaffare Gus nella vasca da bagno.
Già. Adesso abbiamo anche una vasca da bagno, non ve lo avevo detto?
Probabilmente è così, visto che credo di aver completamente glissato sull’argomento “dimora”.
Mi viene un po da ridere a parlarvene con uno striscio di crema Saint Honorè che mi cola lungo la tempia.
Non vi chiedo di darmi almeno il tempo di fare una doccia, mi rispondereste con la stessa maturità con cui Gus cerca di mimetizzare i miei capelli biondi.
E va bene... E’ un appartamento a pochi passi da Liberty Avenue.
Pittsburgh, Pennsylvania. Sempre quella, insomma.
Una camera da letto, cucina e soggiorno uniti, abbastanza grandi da sembrare di per sè un piccolo loft. Una stanza che io uso come studio, delimitata da sane pareti che impediscono all’odore dei solventi e della pittura fresca di vagare per il resto della casa.
Ah già, e un bagno. Con la vasca idromassaggio.
Brian sognava una Jacuzzi quando ancora lavorava alla Vanguard. Ad essere sinceri, quello stronzo del suo capo gliel’aveva pure offerta, insieme a un cospicuo aumento in busta paga. Ma sapete anche voi com’è fatto Brian Kinney: gli ha stretto la mano sorridendogli amabilmente e lo ha mandato a fanculo.
Quindi, tutte le volte che sarò sdraiato nudo in quella vasca – per lavarmi o scoparci che sia – sarò disteso nella fottutissima jacuzzi di colui che ha costruito l’impero della Kinnetik dal niente, e non nel giocattolino che un verme d’uomo ha regalato al suo tirapiedi di turno per tenerselo buono.
Per tornare alla questione di prima, beh, credo che un paio di spiegazioni siano d’obbligo.
In fondo il vero motivo è solo uno, ed è anche piuttosto semplice.
Questa è casa nostra.
Dove viviamo, dove scopiamo e dove ci mandiamo allegramente a farci fottere in media dalle cinque alle sei volte al giorno.
Dovevamo cambiare, capite? Noi non eravamo più quelli di prima.
E lo sanno tutti che il luogo in cui abiti in gran parte ti rispecchia.
Prendete ad esempio il loft di Brian: era l’immagine dello stile di vita che conduceva.
Promiscuo, narcisisticamente egoistico, schifosamente accattivante e senza spazio per alcun legame che non fosse basato sull’uccello.
La decisione di vendere il loft è partita da lui, così come già aveva fatto quando mi aveva chiesto di sposarlo. Con una sostanziale differenza, però.
L’altra volta a muoverlo era stato quello stupido spirito di sacrificio che aveva sviluppato dopo l’esplosione della bomba al Babylon. Due anni fa, invece, l’ha fatto perchè non se lo sentiva più addosso.
Come un vecchio vestito che all’epoca ti stava da Dio, ma che ora ti sembra fuori moda e troppo corto di maniche. Ti è piaciuto, ma non lo rimetteresti.
Lo stesso vale per il loft.
Era la sua vita.
E’ stato la sua vita.
E il posto dove siamo stati insieme per la prima volta, dove abbiamo testato più di una convivenza finita male, dove ci siamo presi a pugni.
Lì ho scoperto che lui aveva il cancro, e sempre lì ha dato fuori di matto, dicendomi che mi voleva fuori dai coglioni e sbattendo la sacca con i miei vestiti oltre il pianerottolo.
Lì mi ha ritrovato qualche giorno dopo, intento a preparare un brodo di pollo e pronto ad urlargli quale gran figlio di puttana era stato a trattarmi così.
Ma soprattutto, lì è dove Brian Kinney sbandierava di non credere all’amore, per anni illudendosi che fosse veramente così e negli ultimi tempi mentendo anche a se stesso.
E’ il nostro passato. Un luogo che ora è giusto tenere solo nei nostri ricordi.
Anche la dimora principesca che doveva accoglierci dopo il nostro matrimonio si è rivelata alquanto inappropriata. Rappresentava tutto ciò che in quel periodo credevamo fosse giusto volere, ma di cui sotto sotto non ci importava niente.
Non voglio vivere in una favola. Non ne ho bisogno.
Sarebbe come un sogno pervaso da una nota stonata, perchè la realtà è cento volte migliore.
Il posto in cui stavo prima di partire per New York, invece, non è stato nemmeno preso in considerazione. Brian l’ha sempre definito una topaia, e tenendo conto delle pareti scrostate e dei tubi arrugginiti era anche un po’ difficile dargli torto.
Quindi eccoci qui. A casa nostra.
Ovviamente si trova all’ultimo piano, Brian non avrebbe potuto tollerare di avere qualcuno sopra la testa. L’attico è il meglio che questa città possa offrire, e lui non si accontenterebbe di niente di meno.
L’arredamento è nuovo, ma come il precedente è stato fatto arrivare espressamente dall’Italia. In salotto troneggia il televisore al plasma per il quale aveva speso una fortuna e la cucina, rigorosamente in stile moderno, sfoggia tutta una serie di accessori pagati a peso d’oro.
La vasca è indubbiamente una bella novità, il letto invece è l’unica cosa che ci siamo portati dietro.
Ci ho perso la verginità, sul quel materasso. Converrete con me che non è cosa da poco.
Tornando all’arredamento, io ho tappezzato le pareti con i miei quadri. Tranne che in bagno, sapete, per via dell’umidità.
Brian, invece, lui ha...Fanculo!
Dal rumore che ho appena sentito deduco che Brian Kinney sta infilando le chiavi nella toppa della porta di casa.
Tempo due secondi e spalancherà la porta, gettando ad occhi chiusi giacca e cravatta su uno sgabello che – in teoria – dovrebbe essere l’emblema del pulito.
“Adesso sono cazzi” – mi ritrovo a pensare, e inevitabilmente le mi labbra si increspano in un sorriso.
Edited by anfimissi - 7/9/2008, 20:12

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