CAPITOLO 1“Draconibus vincunt.”
Sbuffando, fisso il muro di pietra scabra e umida che m’impedisce l’ingresso a Serpeverde. Odio le parole d’ordini. E odio ancora di più il latino.
Faccio altri due tentetivi. Due buchi nell’acqua.
Stavolta mi beccheranno, me lo sento. Forse devo iniziare a escogitare una qualche scusa vagamente credibile che giustifichi la mia presenza qui.
Non dovrebbe essere difficile. Ci saranno come minimo una ventina di buone ragioni per cui una Corvonero del settimo anno si trovi a spasso per i sotterranei alle due del mattino, no?
Torno a puntare lo sguardo assassino sul muro. Se avessi un qualche superpotere, che so...una vista a raggi laser magari, allora potrei facilmente perforarlo.
Invece ho solo una bacchetta magica. E quella i mattoni mica li fa esplodere in silenzio.
“Dracones vincunt.”Lo sapevo. Tutta colpa di quel dannato ablativo.
Era ora! – esulto silenziosamente un attimo dopo, mentre le mattonelle si fanno finalmente da parte.
E’ questione di minuti prima che i sotterranei vengano controllati di nuovo. Per la decima volta.
Gazza non fa che perlustrare il castello, in lungo e in largo. E fortuna che ha solo una gamba buona. Smetto di fantasticare su quel gran pezzo di Magonò e mi addentro nel regno delle Serpi.
La Sala Comune è deserta. Non completamente buia, però.
Da noi, a Corvonero, la torre è sempre illuminata dalle stelle. Qui invece ci sono quelle odiose finestre incantate che gettano bagliori verdastri sulla stanza a tutte le ore del giorno. Inquietante.
Quasi inciampo nel tappeto e lancio l’ennesima imprecazione rivolta al corvo di Cosetta Corvonero.
Quel povero pennuto avrebbe le orecchie pervase da un fischio eterno, se non fosse già morto da secoli.
Inforco il corridoio del dormitorio maschile, puntando dritta verso la quinta stanza sulla sinistra.
Nemmeno mi passa per l’anticamera del cervello di bussare. Non l’ho mai fatto.
“Scorpius” – esordisco, spalancando la porta senza il minimo riguardo – “Devi venire un attim...”
M’interrompo.
Davanti a me l’immagine di un letto, un groviglio di lenzuola e due corpi nudi che si muovono in sincrono.
Lei è supina, lui le sta sopra.
Ciocche bionde gli ricadono sulla fronte madida. Intravedo nella penombra i muscoli tesi della schiena, i fianchi stretti.
La tizia, sotto di lui, sembra ormai essere partita per la tangente, mugolando e annaspando in un modo a dir poco imbarazzante.
“Rose” – ansima Scorpius, evidentemente al limite, la testa che scatta verso di me un istante dopo la mia grandiosa entrata – “Cazzo...”
Lo vedo boccheggiare un istante, poi crollare sfinito su di lei.
“Non intendevo in quel senso.” - Alzo gli occhi al cielo, maledicendomi per il mio pessimo tempismo.
Potrei dire di essere veramente e profondamente dispiaciuta per l’interruzione, ma mi si leggerebbe in faccia che non è affatto così.
Scorpius mi serve. E mi serve
adesso.La tipa bisbiglia qualcosa che non riesco ad afferrare. Una Serpeverde, a giudicare dagli abiti disseminati sul pavimento. Una scia di indumenti che parte da dove sono io e termina ai piedi del letto.
“Ehm...ciao Greengrass” – mi sento in dovere di aggiungere, facendo appello a una sorta di vago e superfluo residuo di buona educazione.
Ho l’insensata impressione che Scorpius si stia trattenendo dal ridere e inevitabilmente mi chiedo perchè. Lo vedo spostarsi, scivolando di lato. Ed è allora che capisco.
Quella matassa di capelli neri stanno sulla testa sbagliata. O su quella giusta, a seconda di come la si vuole vedere.
Lo ammetto, ho tirato a indovinare. Non è colpa mia, è il calcolo delle probabilità che mi ha remato contro.
“Scusa, Parkinson” – provo a riaggiustare - “E’ che da lì sotto sembrate tutte uguali, e...”
Lei mi lancia uno sguardo truce. A occhio e croce mi viene da dire che anche lei desidera la vista a raggi laser.
Ho forse detto qualcosa di male?
Intanto, lo stronzo, se la ride alla grande.
“Mi servi.” - taglio corto, spostando lo sguardo su di lui.
Mia madre mi ha insegnato a dire
“Ho bisogno di...”, quando necessito dell’aiuto di qualcuno. Lo dico solo in sua presenza, giusto per farla contenta. Così come
“per favore”,
“grazie” e
“prego”. Quello che ancora non ha capito, è che io non ho proprio bisogno di nessuno.
Scorpius mi serve. Punto e basta.
“Devo parlarti” – Mi limito a dire, e lui sa che non aggiungerò altro fino a quando la Parkinson non si sarà levata dai piedi.
Sorregge il mio sguardo per un istante, poi si gira verso di lei e con un cenno della testa le fa segno di andarsene.
Non credo di stare molto simpatica a Priscilla Parkinson. Ma magari mi sbaglio.
Io non la trovo così male. Nome a parte, s’intende.
Sua madre deve aver scelto quel nome orrendo solo perchè la figlia potesse vantare le sue stesse iniziali.
P.P.
Io le ho sempre trovate incredibilmente buffe.
Perchè se le pronuncio troppo in fretta qualcuno potrebbe anche pensare che devo andare in bagno.
Certo, se uno dei suoi tanti ipotetici padri l’avesse riconosciuta, avrebbe avuto un cognome diverso.
E allora sarebbe stata tutta un’altra storia.
Si sarebbe potuta chiamare Nancy Nott o Gladys Goyle.
Theresa Tiger....naaah, Tracy suona meglio.
Zara Zabini?
Carino.
Nel frattempo, la Serpeverde in questione si è puntellata il lenzuolo addosso. Si alza in piedi, mi guarda di traverso per l’ennesima volta, quindi si avvia a testa alta fuori dalla stanza, sfilandomi accanto col volto distorto da un’espressione stizzita.
“Forse ce l’aveva con te” – ipotizzo, richiudendomi la porta alle spalle.
Scorpius non mi risponde e si limita a ficcarsi una sigaretta tra le labbra.
Allunga il braccio nella mia direzione, flettendo più volte le dita della mano come a dire “Dammi qua!”
“Potresti anche alzare il culo e fare due passi” – replico annoiata impugnando la mia bacchetta mentre occhieggio eplicitamente verso la scrivania sulla quale campeggia la sua.
“I boxer.”
“Scusa?” – Ho già la bacchetta puntata su di lui, pronta ad accendergli quella cazzo di sigaretta. Abbasso un poco lo sguardo e mi accorgo che è completamente nudo.
Ma dove li avevo gli occhi?
Certamente non
lì. – mi rispondo da sola, sorridendo della mia stupida battuta.
“Pensi di potercela fare?” – La sua voce è ironica mentre scivola con le iridi argentate sul mucchietto di vestiti ai miei piedi.
Sbuffando, mi chino un poco a osservare meglio quel garbuglio di stoffa. Con la punta della scarpa sposto la gonna della Parkinson, afferro con precauzione un reggiseno, sollevandolo per uno spallino con due dita, quindi lo getto altrove.
Finalmente arrivo ai boxer di Scorpius. Sono al rovescio.
Lavare a secco – c’è scritto sull’etichetta. O è più giusto dire che credo ci sia scritto così, dato che quei simbolini sono di difficile interpretazione. Per esempio, quello col cerchietto tondo non ho mai capito se...
“Entro la settimana sarebbe meglio” – lo sento soffiare.
Per tutta risposta appallottolo i boxer e glieli tiro addosso, colpendolo in piena faccia. – “Così va bene?”
Lui tace mentre se li infila con tutta calma, poi allunga una mano verso il primo cassetto del comodino e afferra un accendino babbano, accendendosi la sigaretta.
Beh, si. Si può fare anche così.
Ammetto che vivendo in un Mondo Magico usare un pezzo di plastica al posto della classica bacchetta ha un che di originale.
E poi lui ha una vera e propria passione per quelle cianfrusaglie babbane.
Interesse che coltiva all’insaputa di suo padre, ovviamente. Il Signor Malfoy darebbe fuori di matto, se lo scoprisse.
“Allora, Rose” – mi dice, tra una boccata di fumo e l’altra – “Cosa vuoi da me?”
“Cosa pensi che voglia?” – ribatto retorica. Lui sa già la risposta, ma sogghigna fingendo di credere che io intenda tutt’altro – “Mi servi per un compito di Pozioni.”
Lo ammetto senza alcuna vergogna.Va bene che sono figlia di una secchiona, ma non per questo devo essere brava proprio in tutto, no?
“Dai, vestiti.” – Mi avvicino all’armadio e afferro un paio di pantaloni e una camicia a caso che atterrano un attimo dopo sul letto accanto a lui.
Scorpius non accenna a muoversi. Mi guarda e abbassa appena le palpebre.
Ma con me non attacca. So benissimo che non ha sonno.
Non mi sembrava che avesse un così impellente bisogno di dormire, fino a pochi minuti fa.
“Allora?” – incalzo.
Lui piega le labbra in una smorfia, rifila un’altra occhiata ai vestiti e poi si stringe nelle spalle – “E’ proprio necessario?” – mi domanda.
Potrei rispondergli che sì, è di vitale importanza dato che devo consegnare quel cavolo di compito tra poche ore, ma invece sfodero un sorriso affabile e scuoto la testa – “No, non è necessario. Per me puoi anche venire in mutande...”
Ora è lui a scuotere la testa. Poi sospira.
“Rose” – dice soltanto.
E io capisco di aver vinto.


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