Once Upon a Time... (Anfimissi's Privated Forum)

4.
view post Posted on 1/10/2008, 10:33Quote
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"So, are you coming or going? Or coming and then going?
Or coming and staying?"
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CAPITOLO 4


Brian – fottuto – Kinney deve avere stretto un patto col diavolo. Non c’è altra spiegazione.
Perchè mentre io ho appena oltrepassato il primo quarto di secolo, lui sembra farsi beffa del tempo e da stronzo narcisista qual’è sorride compiaciuto ogni qualvolta gli attribuiscono dieci anni in meno di quelli che ha.
Che cazzo, sono trentasette anni suonati, ormai.
Trentasette.
Lui evita di pensarci, ne va della sua salute mentale. Di conseguenza io glielo faccio notare ogni volta che ne capita l’occasione.
E’ vero, lo so, si irrita parecchio. Ma avete una vaga idea di quanto sia soddisfacente il sesso, dopo?
Per come la vedo io, comunque, Micheal una volta ha detto una sacrosanta verità: lui è Brian Kinney, e sarà giovane per sempre.
Un compleanno non è altro che un numero a due cifre che aumenta di una tacca.
Ma è agli occhi dell’altra gente, o davanti al suo riflesso nello specchio, ciò che veramente fa la differenza.
E’ lì, che Brian Kinney si mostra per quello che è.
Immutabile e perfetto, a dispetto del passare del tempo.
Lo sappiamo tutti. Lo sa anche lui.
E’ un’immagine che non sbiadirà mai. Un volto che puoi arrivare a odiare, davvero detestare delle volte...ma che non dovrai mai sforzarti di ricordare, perchè sarà sempre lì, davanti ai tuoi occhi.
Lo so, fate fatica a capirmi.
Anni fa gli ho detto che il coglione che gli mancava era l’ultima delle sue imperfezioni. E oggi eccomi qui, a definirlo esattamente il contrario.
O così potrebbe sembrare.
Perchè, per quanto assurdo possa sembrare, queste affermazioni sono vere entrambe.
Brian è pieno di difetti. Dico sul serio, ne ha tanti.
Più di quelli che potreste immaginare, più di quanti io credevo possibili, quando ero ancora un ingenuo diciassettenne.
Potrei elencarli, e me ne sfuggirebbe di sicuro qualcuno.
Potrei elencarli tutti, ma ha davvero importanza sapere quanti e quali sono?
Brian è pieno di difetti. Pura e semplice verità.
Ma è altrettanto vero che nel suo essere Brian Kinney, nel suo viverlo...è semplicemente perfetto.
Nessun altro potrebbe. Lui può. E ci riesce.


Ringraziando il cielo, oggi ha fatto più freddo del previsto.
Ciò significa che la cravatta era ancora annodata attorno al suo collo, e la giacca addirittura abbottonata, quando è tornato a casa. Ergo, nessun capo di Armani ha avuto un incontro ravvicinato con lo sgabello della cucina imbrattato di crema Saint Honorè.
La prima cosa che ha fatto, prima ancora di cercare Gus con lo sguardo o di chiudere la porta alle sue spalle è stato sorridermi.
Mi ha sorriso.
Labbra serrate, e stirate in una lunga linea sottile.
Un bel sorriso, quando lo usa per sorridere.
Ma ci sono delle volte in cui sorride...e in realtà sta facendo tutt’altro.
Come il giorno in cui ha scoperto che facevo il tirocinante alla Vanguard. Mi ha condotto nel suo ufficio con una formalità a dir poco impeccabile.
Poi mi ha fatto accomodare, si è seduto a sua volta e sorridendo ha detto che come da prassi avrebbe sottoposto il candidato – cioè io – ad alcune domande, prima di decidere se firmare o meno il foglio di assunzione.
Bene, sorrideva.
Ed era quel sorriso.
Quell’espressione quasi affabile, accompagnata da un tono di voce pericolosamente gentile, mentre sosteneva che fosse importante farmi qualche domanda del tipo...Che cazzo ci fai tu qui?
Ve lo ricordate, vero?
Ecco. Stasera è successa esattamente la stessa cosa.
E’ entrato in casa e mi ha incollato gli occhi addosso.
Strano a dirsi, ma per una volta non mi stava spogliando con lo sguardo.
Al contrario, mi ha sorriso.
E ciò che ha detto subito dopo, con lo stesso tono con cui Micheal al rientro da una lunga giornata di lavoro direbbe a Ben che gli è mancato, è stato semplicemente...Che cazzo è successo qui?
Voi cosa avreste risposto?
Io mi sono limitato a fargli notare l’ovvietà insita nella sua domanda.
Anni fa gli ho ricordato che quel tirocinio altro non era che il completamento della mia istruzione. Istruzione che tra l’altro – e questo ricordo di averglielo sottolineato con una punta di soddisfazione – era lui a pagare.
Stasera ho affondato l’indice nella terrina che conteneva la crema in eccesso, poi me lo sono portato alla bocca e l’ho ripulito con la lingua.
“Abbiamo fatto la torta” – gli ho risposto, il dito quasi restio a lasciare le mie labbra – “Dovevo farmi perdonare, non potevo dirgli di no. Sai, lui e Linzy hanno aspettato mezz’ora sul pianerottolo...”
Sorride, il bastardo.
Potrei dire che continua a sorridere, visto che già lo stava facendo prima.
Ma sarebbe inesatto.
Perchè ora sta sorridendo per davvero.
Perchè ora, il suo sorriso si specchia nel mio.




Jeans puliti e piedi nudi, finisco di frizionarmi i capelli bagnati con l’asciugamano.
Brian sta parlando al telefono con Cinthya. Sento la sua voce provenire dal salotto, il rumore della televisione in sottofondo.
Finisco di asciugarmi e m’infilo una maglietta a maniche lunghe blu, stampata sul davanti. L’occhiata che getto allo specchio per vedere i miei capelli tornati al loro colore originario non serve un gran che, dato che è tutto appannato. Il bagno stesso è ridotto a una cortina di vapore.
Varco la soglia del salotto giusto in tempo per vedere Gus fiondarsi addosso a Brian, il tavolino davanti al divano cosparso da pastelli a cera mezzi consumati.
“Papà!” – esclama, sventolandogli un foglio disegnato sotto il naso – “Ti piace?”
“Cyn, ne riparliamo domattina” – Brian chiude il cellulare senza nemmeno attendere la risposta della sua assistente.
Afferra il foglio che Gus gli porge e lo osserva in silenzio, conscio dello sguardo di suo figlio fisso su di sè.
“Bello” – lo sento dire un attimo dopo – “Che cos’è?”
“Un quadro per il tuo ufficio” – afferma orgoglioso – “Così lo puoi mettere di fianco a quello di Justin”
Gus adora dipingere. Forse un giorno diventerà un’artista.
O forse no. Poco importa.
E’ fortunato ad avere Linzy e Mel accanto. E anche Brian.
Perchè proprio lui, il suo genitore biologico che si attribuisce un ruolo di contorno sarà colui che, al momento giusto, gli darà il consiglio più prezioso.
Nella vita fa quel cazzo che ti pare.
Un tempo di sicuro avrebbe aggiunto “Non devi rendere mai conto a nessuno”. Oggi, forse, esiterebbe.
Si può essere liberi di scegliere il proprio futuro senza per questo isolarsi dal resto del mondo, tagliando così fuori le persone che ci vogliono bene.
E’ una lezione che ha imparato in ritardo, ma che alla fine sembra avere recepito del tutto.
Roteo le pupille verso il visino di Gus, la fronte corrucciata, quasi preoccupata. Ma quando Brian se ne esce con un – “Starà benissimo nel mio ufficio” – l’allegria torna a brillare in quegli occhietti vivaci.
“Anzi, tra un po’ farai sfigurare Justin” - si sente in dovere di aggiungere, e Gus scoppia a ridere divertito.
“Probabile” – Non c’è ironia nella mia voce, perchè nella vita non si può mai sapere.
Forse un giorno scorgerò in lui quello che Linzy ha visto anni fa in me, prima che lo vedessero gli altri. Prima che fossi qualcuno, per il resto del mondo.
“Mi piace soprattutto tutto questo blu” – continua Brian, puntando l’indice sulla parte alta del foglio.
Io sono in piedi di fronte a loro, per cui non riesco a vedere di cosa sta parlando, ma l’espressione perplessa sulla faccia di Gus mi induce a pensare che ci sia qualcosa di strano.
“Papà..” – azzarda il piccolo, scrutandolo attententamente, quasi stesse valutando se suo padre è improvvisamente impazzito o meno – “E’ arancione, non blu. Non l’ho nemmeno usato il blu” – e così dicendo occhieggia verso il pastello del suddetto colore, ancora intatto sul tavolino.
Ci impiego meno di un secondo a capire. L’attimo dopo, quello stronzo me ne da la conferma.
“Non lo sai? L’arancione è il nuovo blu” – e con una mano gli scompiglia i capelli.
Gus lo fissa per un attimo, dubbioso, poi sembra decidere di soprassedere e con un’alzata di spalle scivola nuovamente ai piedi del divano, riprendendo a trafficare con fogli e pastelli.
Incrocio lo sguardo di Brian.
“Vaffanculo” – gli sillabo con le labbra mute.
E rimango ad osservare le sue articolare un’altrettanto silenziosa risposta, accompagnata da un esplicito gesto del suo indice teso orizzontalmente che ruota un paio di volte.
“Più tardi.”

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