Once Upon a Time... (Anfimissi's Privated Forum)

Capitolo 30, L'Arciere (I parte)
view post Posted on 22/11/2008, 18:23Quote
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"So, are you coming or going? Or coming and then going?
Or coming and staying?"
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CAPITOLO 30 – L’ARCIERE (I parte)




Quella mattina la sala di pranzo di Malfoy Manor si presentava alquanto affollata. Solo due delle dodici sedie che circondavano la lunghissima tavolata erano ancora libere.
“Mi passi la marmellata, per favore?”
La domanda indirizzata alla biondina che gli sedeva accanto, Lancelot Rudiger Deveraux ritirò il braccio teso con cui aveva inutilmente cercato di afferrare l’oggetto del suo interesse.
Al suo fianco, la streghetta fece orecchie da mercante.
“Deja?” – la richiamò, rifilandole una leggera gomitata – “Ti sei incantata?”
La piccola Mayfair distolse lo sguardo azzurro dal volto dell’Auror che le sedeva di fronte, roteando le pupille verso il miglior amico - “Cosa?”
“Ti ho chiesto se mi passi la marmellata” – ripetè il Serpeverde – “Quella di lamponi”
Quasi un gesto meccanico, lei allungò la mano ad afferrare una delle cinque ciotoline radunate sulla tavola, per poi passargliela distrattamente, senza nemmeno guardarlo negli occhi.
“Lamponi, Deja, lamponi. Questa è marmellata di zucca” – iniziò a seccarsi Lance, tirandole una manica per riavere la sua completa attenzione – “Si può sapere cos’hai stamattina?”
La biondina lo guardò un attimo, indecisa. Quindi avvicinò le labbra all’orecchio di Lance, schermando il sussurro con una mano – “Tuo cugino continua a fissarmi”
“Dejanira” – Dall’altro lato del tavolo, due posti più in là, Phoebe Mayfair sfoggiava un’espressione di aperto rimprovero – “Quante volte te lo devo ripetere? Non è educato parlare nelle orecchie, specialmente quando si è a tavola con altre persone”
“Dici anche che non è educato fissare le persone” – ribattè a tono la sorella, occhieggiando verso Blaise.
Phoebe spostò lo sguardo sul mago che sedeva poco distante da lei. Le iridi cobalto di Blaise erano ferme, immobili.
Fisse sul volto di Deja.
“Già” – rincarò Lance, dovendo convenire con quanto gli aveva appena sussurrato Deja – “Blaise, perchè la guardi così?”
Sentendosi chiamare per nome l’Auror sobbalzò appena e distolse lo sguardo, accorgendosi solo in quel momento di essere al centro della conversazione – “Io...No, niente...Ero sovrappensiero. Tutto qui” – si giustificò.
Una motivazione che sembrarono accettare tutti, tranne una persona.
“Blaise”
La voce di Fee, ferma e severa, non lo sorprese.
Non lo stava chiamando, e non voleva fargli alcuna domanda.
Era un avvertimento.
Lei aveva capito, lei sapeva.
E lui si era imposto di fare finta di nulla, quella mattina...ma non ci era riuscito. Aveva scrutato a lungo il volto della piccola, convinto che nessuno lo stesse guardando.
Voleva vedere. Capire il perchè.
“Blaise” – ripetè piano la strega, lo stesso tono inflessibile di poco prima.
Il moro stavolta annuì impercettibilmente, tornando a consumare la sua colazione come se niente fosse.
Seduto compostamente a capotavola, il biondo padrone di casa aveva osservato la scena in silenzio, passando in rassegna con lo sguardo prima l’uno, poi l’altra, studiandoli accuratamente.
Ian e lo Sfregiato discutevano del nuovo supervisore e del fatto che sarebbe stato meglio per tutti andare d’amore e d’accordo. Donnola Weasley cercava di attirare l’attenzione di qualche elfo di passaggio con patetici colpi di tosse, col chiaro intento di farsi portare altri cannoli alla crema.
Rubin stava spiegando a un’interessata Isadora la differenza tra un pensatoio moderno e quelli che venivano usati nei secoli addietro, mentre Abel se ne stava a capo chino, fissando pensieroso il proprio piatto, probabilmente lontano mille miglia da lì con la mente.
Draco riportò quindi lo sguardo su Blaise – “Non che tu di solito abbia una bella faccia, ma da quelle ombre nere che hai sotto gli occhi deduco che tu non abbia dormito molto, la notte scorsa...”
Zabini si limitò a stringersi nelle spalle – “Faticavo a prendere sonno”
“Tu?” – la voce dell’innocenza, targata Lancelot Deveraux, s’intromise a pieni polmoni – “Ma se sei crollato subito...non ho fatto nemmeno in tempo a chiederti di spegnere la luce che già dormivi come un sasso. Se hai le occhiaie è solo perchè dopo...”
Uno sguardo esplicito del cugino lo indusse a tacere, troncando la frase.
“Perchè dopo cosa?” – incalzò Draco, sospettoso. Che il suo amico e la Mayfair si fossero rotolati tra le lenzuola, in ricordo dei vecchi tempi? – “Cosa è successo dopo?”
“Malfoy” – le iridi di Phoebe parvero volerlo trafiggere – “Fatti i cazzi tuoi”
Per tutta risposta Draco se ne uscì con un’amara risata, volgendo poi il capo in direzione della piccola Dejanira – “Davvero strana la tua assenza di buone maniere. Con una sorella così educata da cui prendere esempio...”
Qualsiasi rispostaccia stesse per rifilargli la maggiore delle sorelle Mayfair venne interrotta dall’arrivo di Hermione.
“Herm!” – esclamò Ron, tra un cannolo e l’altro – “Mi stavo domandando dove fossi finita...”
Tutti quelli che conoscevano Hermione Jane Granger, e specialmente quelli che avevano trascorso con lei sette lunghi anni a Hogwarts, sapevano che se c’era una strega mattiniera nella scuola, sempre pronta a gironzolare per il castello fin dalle prime luci dell’alba...beh, quella era proprio lei.
“Ero fuori” – rispose la Medimaga – “Nel parco”
“E...?” – incalzò Harry.
“Niente” – replicò lei, vaga – “Pensavo.”
Giunta a pochi passi dalla tavolata si fermò, come presa da un dubbio. C’erano due sole sedie libere. Una dopo Abel e l’altra...al fianco di suo marito. Si fosse trattato anche solo della mattinata precedente, non avrebbe esitato nemmeno per un momento: avrebbe scelto qualsiasi posto le consentisse di stare il più lontano possibile da Draco Lucius Malfoy.
Ma ora...ora le cose erano cambiate. Loro, le avevano cambiate.
Con una sola parola. Tregua.
“Beh, non ti siedi?” – la voce allegra di Killian la riportò alla realtà – “Guarda che qui c’è ancora abbastanza per sfamare un intero esercito”. Parole scherzose che non erano poi così lontane dalla verità: la tavola imbandita a Malfoy Manor per una semplice colazione poteva passare per un fastoso banchetto nuziale.
“S-si, certo” – E così dicendo mosse gli ultimi tre passi, incrociando di sfuggita lo sguardo incredibilmente tranquillo di Draco e prendendo posto accanto a lui – “Stavo solo...”
“Pensando?” – l’anticipò Harry, prima di scuotere leggermente la testa, il sorriso sulle labbra.
Hermione ricambiò il sorriso – “Sì”
“Con tutto questo pensare manderai in fumo il tuo bel cervello, un giorno o l’altro” – masticò Ron, con lo stesso tono con cui un saggio avrebbe dispensato un consiglio prezioso.
Draco non riuscì a impedirsi di sollevare di scatto la testa nella sua direzione. Non gli era mai piaciuta la Donnola. Mai.
Per tutta una lunga serie di ragioni...e perchè c’era stato un tempo in cui la Mezzosangue avrebbe fatto i salti di gioia, se solo lui l’avesse invitata a un ballo o a cose simili.
Era sua moglie, ora.
La moglie che lo aveva tradito, la strega che gli aveva spezzato il cuore. Ma rimaneva sua.
Certo, aveva capito che “bel cervello” non era altro che un sinonimo Weasleyano dell’ “essere intellingente”. Lo avevano capito tutti.
Ma a lui dava comunque fastidio.
“Rallegrati, Weasel, questa è un’evenienza che non ti capiterà mai di provare” – sbottò acidamente, imprecando contro sè stesso per quella lingua che disobbediva alla mente per seguire il cuore.
Ronald esitò, quasi davvero faticasse a capire il senso delle sue parole. Poi gli occhi cerulei si illuminarono, e storse un poco la bocca – “Ah-ah. Divertente, Malferret...davvero divertente”
“Trevor?” – domandò Hermione, allungando poi la mano ad afferrare una brocca che – purtroppo - si rivelò fuori dalla sua portata – “Lance, mi passi il succo di zucca, per favore?”
Il ragazzino fece per accontentarla, ma Draco lo anticipò.
Senza proferire parola prese la brocca posata praticamente davanti al suo piatto per poi appoggiarla vicino a quello di Hermione con una naturalezza disinteressata che sembrò colpire solo la strega.
Un gesto tanto banale quanto significativo.
Nessuno ci fece davvero caso, e questo la portò a pensare che un tempo quella fosse una scena praticamente quotidiana.
“L’ho chiamato un paio di volte, ma non è voluto scendere” – stava intanto affermando Abel – “Era stanco, ha dormito poco stanotte e...”
“Un altro insonne?” – buttò lì Potter, guadagnandosi un’occhiataccia prima da Abel, poi da Phoebe e infine da Blaise – “Merlino, ragazzi, che permalosi! Stavo scherzando..”
“Quindi non scende?”
La domanda di Deja sorprese un po’ tutti, non tanto per la richiesta in sè, quanto per il fatto che sembrasse tanto interessata. Quasi preoccupata. Per Trevor.
Dopotutto, l’insofferenza reciproca che scorreva solitamente tra i due era ormai nota a tutti da un bel pezzo.
“Per colazione penso proprio di no” – rispose Abel.
“Sicuro sicuro?”
“Sicuro.”
L’espressione corrucciata della piccola di sciolse come neve al sole – “Ottimo, allora questo posso prenderlo io” - e così dicendo agguantò l’ultimo muffin rimasto, che in teoria spettava proprio al terzogenito dei Locksley.
Dieci minuti dopo Lance, Deja e Dory se la svignarono dalla sala da pranzo, mentre il resto del gruppo era impegnato in discorsi che alle orecchie dei piccoli suonavano noiosi quanto la lezione di Madama Sprite sulle varie tipologie di piante medicamentose.
Affossato tra i cuscini dell’immenso divano che regnava al centro del grande soggiorno, Trevor Onyx Locksley fissava un punto imprecisato del soffitto, il polpastrello dell’indice destro che scivolava sulla superficie liscia dell’onice che portava appesa al collo, ripercorrendola avanti e indietro senza sosta.
“Oh, sei qui” – esclamò Lance, spostando poi lo sguardo d’ametista sul piccolo drago che ciondolava sul tavolino, tutto preso da un mazzo di girasoli infilato in un vaso dal collo troppo stretto. Strappava i petali, uno dopo l’altro, un po’ con i denti, un po’ artigliandoli con le zampette ungulate. A ogni petalo reciso seguiva immancabilmente uno starnuto – “Artù, non fare lo stupido, lascia stare quei fiori”
Uno starnuto più forte dei precedenti, e non solo una lingua di fuoco fuoriuscì dalle narici dilatate del Nero delle Ebridi, ma il piccolo animale si ritrovò addirittura catapultato all’indietro, finendo tra le squamose spire del boa acciambellato alla poltrona.
Meno di due secondi dopo il rettile sfoggiava uno sguardo altamente compiaciuto, occhi rossi e vividi come non mai al di sopra di quella bocca esageratamente dilatata. Una sottile coda nera, terminante a forma di freccia, sembrava aver preso il posto della classica lingua biforcuta, e si agitava scompostamente nell’aria.
“Deja!” – insorse il giovane Deveraux, un dito accusatorio puntato verso il serpente – “Fai qualcosa, svelta! Ferma quel...quel...coso!”
Sbuffando, la piccola Mayfair incrociò le braccia sul petto – “Dacci un taglio, la colpa è del tuo pollo che gli è rovinato addosso. Non potete prendervela sempre con Sir Bis, solo perchè è grande e grosso e..”
“Deja!”
La biondina alzò gli occhi al cielo, mentre il suo migliore amico sembrava prossimo al collasso – “Va bene, va bene...” – capitolò, prima di roteare le pupille verso l’animale – “Bis, sputalo”
Il boa non si mosse, gli occhi rossi fissi sul volto della sua padrona e la bocca ancora piena.
“Bis, ti ho detto di sputarlo. Subito!”
Stavolta il rettile obbedì all’istante, contraendo dapprima la muscolatura delle spire anteriori per poi spalancare di colpo la bocca e scattare in avanti. Un fagottino nero dallo sguardo terrorizzato e interamente ricoperto di saliva rotolò lungo il tappeto.
“Ma che schifo...” – soffiò Lance, sollevandolo con due dita e tenendolo per la punta della ali.
“Bis, non devi mangiarlo. Capito?” – affermò Dejanira, in serpentese. Il boa annuì, prima di strisciare lentamente ai suoi piedi e accovacciarvisi con fare remissivo.
“Sul serio” – riprese quindi la streghetta, passando nuovamente alla lingua degli esseri umani – “Quante volte devo ripeterti che non devi mangiare schifezze? Come minimo quel coso ti avrebbe fatto venire una gastrite...” – concluse, guadagnandosi un’occhiata truce da parte dell’amico, intento a tamponare Artù con un fazzoletto di carta.
Rimasta in disparte fino a quel momento, Dory decise di intervenire e dirottare saggiamente il discorso – “Trevor, sembri strano stamattina” – affermò, rivolgendosi al ragazzino che aveva bellamente ignorato tutta la scena, quasi fosse con la testa da tutt’altra parte – “Sicuro di sentirti bene? Non hai fatto nemmeno colazione..”
Lui spostò brevemente lo sguardo di pece su di lei, prima di inchiodarlo nuovamente al soffitto – “Non avevo fame”
“Non preoccuparti, mi sono presa cura io del tuo muffin al cioccolato” – sottolineò compiaciuta la Mayfair.
“Tanto non avevo fame” – ripetè lui, con tono se possibile più asciutto di prima.
“Hai intenzione di consumarla?” – domandò Lance, occhieggiando verso la pietra che teneva al collo e che continuava a sfregare con insistenza.
Trevor aprì la bocca per rispondere, ma le sue parole vennero anticipate da un tonfo assordante. Un immenso baule era letteralmente atterrato nel vano del camino, sollevando una quantità incredibile di cenere residua. L’attimo dopo una civetta sfrecciò nella stanza, approfittando della finestra aperta, prendendo poi a svolazzare in lungo e in largo, una busta bianca stretta nel becco.
“Ragazzi, che succede?” – bacchetta alla mano e tono allarmato, il primo a sopraggiungere fu Harry, seguito a ruota dal resto del gruppo.
Trevor indicò prima il camino, poi il volatile che volteggiava sopra le loro teste, quindi si portò la mano alla bocca per soffocare l’ennesimo colpo di tosse.
“Gratta e netta!” – Pratica e veloce, Rubin rimise a posto ogni cosa in un istante, borbottando a proposito di una borsa da cinquecento galeoni e del fatto che i tre centimetri di polvere appoggiati sopra non le donavano affatto.
“Ma chi diavolo...” – soffiò Phoebe, allibita.
“Nessuno ha accesso ai camini, tranne noi” – considerò Blaise, quasi leggendole nel pensiero.
“Sbagliato.”
Draco si avvicinò al baule, passandovi poi sopra la mano per rimuovere anche l’ultima patina di cenere che ricopriva il coperchio. Intarsiato nel legno di ciliegio, lo stemma dei Lafayette.
Poco più sotto, tre lettere intrecciate tra di loro e guarnite da una complessa serie di ghirigori andavano a formare una sigla.
I.A.L.
Isadora Amelia Lafayette.
“Ma quello è il mio baule!” – esclamò diffatti la piccola Dory, riconoscendolo.
Ron e Ian, nel frattempo, tentavano inutilmente di agguantare la civetta che sfrecciava a destra e a sinistra nella stanza, spaventata da tutta quella confusione.
“A me non sembra affatto il tuo baule” – s’inserì la piccola Mayfair, squadrando l’oggetto con fare critico – “Anzitutto il tuo è verde, questo qui invece è decisamente marrone. Poi i profili sono diversi, i manici ai lati...persino la serratura non è la stessa. Dory, ci vedi bene?”
La rossa rise, scuotendo lievemente la testa – “Tu stai parlando del baule che ho ad Hogwarts” – spiegò – “Questo arriva direttamente da casa mia. E’ un regalo di mia nonna, nonchè il baule che utilizzava lei quando andava a scuola” – concluse orgogliosa.
“Si, ma...le iniziali?” – obiettò l’amica.
Lance si spazientì e le rifilò un’occhiataccia, invitandola a chiudere la bocca. Dovevano parlare di bauli ancora per molto?
“Mia nonna si chiamava Isadora Antoinette Lacroix” – rivelò la giovane Lafayette – “Io ho ereditato il suo nome. Il primo, perlomeno”
“Lacroix?” – fece eco Lancelot, stupito – “Era francese?”
La streghetta annuì – “Ha studiato a Beauxbatons e dopo il diploma si è trasferita in Inghilterra, dove ha conosciuto mio nonno. Ma fino ad allora ha abitato in Francia, in un maniero un po’ sperduto chiamato Les...”
“Les Trebisonne” – terminò Lancelot per lei, attirando su di sè non solo lo sguardo sorpreso dell’amica, ma anche quello di tutti gli altri.
“Come lo sai?” - chiese Dory, gli occhi verdi ancora sgranati.
“Come vuoi che lo sappia” – frecciò Deja, puntando sul suo migliore amico uno sguardo a dir poco accusatorio – “E’ un legillimens e ce lo ha tenuto nascosto per tutti questi anni, ovvio!”
“Via, Deja, non dire cavolate...” – rise Lance, quasi divertito dalla quell’assurda insinuazione.
“E’ inutile” – commentò Trevor dal divano – “E’ più forte di lei...”
Gli occhioni azzurri della piccola Mayfair saettarono verso quest’ultimo – “Non mi sembra che qualcuno ti abbia interpellato, quindi puoi benissimo tornare a rimirare il soffitto!” – rispose sgarbatamente.
“Dejanira” – La nota di avvertimento che permeava la voce di Phoebe indusse la streghetta a tacere, pur manifestando il proprio disappunto incrociando le braccia e sbuffando sonoramente.
“Allora” – incalzò Hermione, curiosa, avanzando verso la poltrona prima di appoggiarsi con le braccia tese allo schienale – “Come facevi a saperlo? La teoria del legillimens temo sia alquanto improbabile..” – e sorrise.
“Almeno! Se così fosse potrei rendere pan per focaccia a Zio Draco” – esclamò Lance, ruotando verso di lei le iridi violette, per poi farle scivolare sul volto di Malfoy – “Questo qui ti legge dentro quando meno te ne accorgi...”
“E’ vero, Malferret?” – indagò Harry, per nulla sorpreso, mantenendo tuttavia un tono fintamente serio.
Draco si strinse nelle spalle, prima di sfoderare un ghigno sghembo – “Se ti dicessi che non è vero, potresti provare il contrario Potty?”
“No, suppongo di no” – replicò l’altro – “E ringrazio Merlino per le lezioni di Occlumanzia che Silente mi ha praticamente imposto di seguire...decisamente non sei una di quelle cose che gradirei avere nella testa, Malferret...”
“Come se ci fosse qualcosa lì dentro che valesse la pena di essere spiata” – frecciò il biondo di rimando.
“E basta voi due!” – Rubin gesticolò spazientita nella loro direzione, prima di voltarsi ed indicare Ron e Killian – “Per oggi due idioti sono più che sufficienti”
In effetti, Weasley e Rochester stavano facendo del loro peggio. Da dieci minuti buoni erano intenti a correre dietro al pennuto che si librava sopra le loro teste, e se all’inizio l’unico obiettivo era stato quello di recuperare la missiva che l’animale teneva stretta nel becco, ben presto erano passati a scommettere somme sempre più crescenti di galeoni su chi fosse riuscito ad agguantare la civetta per primo. Tutto questo non faceva altro che tramutare la loro immagine di due Auror con la testa sulle spalle in quella di due bambinoni cerebralmente mai cresciuti.
“Dieci galeoni che lo prendo” – affermò Ron, lanciandosi verso il tavolino rettangolare Luigi XVI appoggiato alla parete. Mancò la civetta per un soffio, imprecando e sbattendo i palmi aperti sull’antico mobile, mentre l’uccello volava via, per poi posarsi sul corrimano delle scale.
“Weasel, hai idea di quanto costi quel tavolo?” – ringhiò Draco, gli occhi che mandavano scintille – “Non ti basterebbe lo stipendio di un anno per ripagarmelo”
“Quindici galeoni” – rilanciava intanto Killian, fiondandosi verso la scala nell’istante esatto in cui la civetta spiccava nuovamente il volo, diretta verso il piano superiore.
“Di sopra!” – esclamò Ron, salendo a razzo i gradini, seguito a ruota dall’altro Auoror.
“Venti galeoni”
“Venticinque!”
Ormai fuori campo visivo, le loro voci si affievolirono, rilancio dopo rilancio.
Ruby alzò gli occhi al cielo – “Deficienti” – sbuffò, scatenando una breve risata generale.
Risero tutti, tranne una persona.
Nessuno sembrò farci caso, ma il sorriso che aleggiava sulle labbra della Medimaga poco prima era improvvisamente sparito.
Questo qui ti legge dentro quando meno te ne accorgi...
Ti legge dentro quando meno te ne accorgi.
...Ti legge dentro.

Le parole di Lancelot le rimbombavano nella testa, rendendo vano qualsiasi tentativo di ignorarle.
Come raccontare di una corda intorno al collo a uno condannato al patibolo.
Ma se il momento più temuto dai colpevoli puniti con l’impiccagione era l’alba, per Hermione Jane Granger era l’esatto opposto. Il calare del sole.
Scosse la testa, estraniandosi da qualsiasi conversazione si stesse tenendo nella stanza.
L’aveva voluto lei.
Ci aveva meditato a lungo sopra, glielo aveva proposto...e lui aveva detto di sì.
Non si poteva più tornare indietro. Ormai era fatta.
Istintivamente, spostò le iridi dorate sull’orologio a pendolo. Perchè quella dannata lancetta rossa si muoveva così alla svelta?
Un secondo non le era mai sembrato così breve.
Continuò a fissare l’asticina metallica muoversi a scatti, sorpassando un numero dopo l’altro.
Poi deviò lo sguardo, lasciandolo scivolare involontariamente su Malfoy.
E il respiro le si mozzò in gola.
Draco la stava guardando.
Immobile, una spalla appoggiata alla mensola del camino, la scrutava insistentemente da chissà quanti minuti.
Iridi magnetiche, che sembravano aver letto i suoi pensieri.
Le labbra serrate in una linea tesa e un’espressione indecifrabile sul volto, quasi di attesa.
No, si disse Hermione. Non aveva avuto bisogno di insinuarsi nella sua mente, gli era bastato leggere quello che sapeva era scritto a lettere cubitali nel suo sguardo sorpreso, titubante, spiazzato e...
Colpevole?
Non ci voleva un genio per capire che aveva l’aria di una che era stata colta con le mani nel sacco.
Senza proferire parola, Draco interruppe il contatto visivo, riportando la propria attenzione sulle piccole pesti. Hermione trasse un impercettibile sospiro di sollievo: era ancora padrona della sua mente.
Lui non aveva infranto il patto, accelerando i tempi.
Aveva scorto il desiderio di andare oltre, in quelle iridi troppo chiare.
Lui voleva. Lo desiderava, ma non l’aveva fatto.
Non ancora.



“Quindi?” – incalzò Isadora Amelia Lafayette, le iridi smeraldine fisse sul suo compagno di Casa.
Lancelot sorrise, stringendosi nelle spalle – “Les Trebisonne non è molto lontana da Chateau Deveraux” – spiegò – “Ci andavo spesso con mio padre, anche se era ormai in rovina. Mi raccontava sempre che lì era cresciuta la migliore amica di nonna Clarisse...”
“Clarisse?” – gli fece eco Dory, incredula –“Aspetta, fammi capire...Clarisse De Bergeron era tua nonna?”
“Ma non si chiamava Isadora Antoi...Antoqualcosa?” – fece Deja, più confusa che mai.
La Lafayette scosse la testa – “Quella era mia nonna. Clarisse De Bergeron era la nonna di Lance”
“Quindi anche la nonna di Blaise” – considerò la biondina.
“No” – sbuffò Lancelot – “Non hai capito niente”
“Perchè?”
“Piantala, Deja, stai incasinando tutto” – continuò il giovane Deveraux, facendole segno di stare zitta.
La streghetta parve non gradire l’invito a tacere e, ostinata e caparbia come solo lei sapeva essere, s’impuntò – “Ho solo chiesto se...”
“Blaise è cugino di Lance per ramo materno” – la interruppe Trevor, asciutto – “La nonna paterna di Lance si chiamava Clarisse De Bergeron ed era amica della nonna di Dory, Isadora Antoinette Lacroix, che abitava a Les Trebisonne, vicino a Chateau Deveraux. Ce la fai o dobbiamo disegnartelo su una pergamena?”
Veloce come un fulmine e livida di rabbia, Deja sfoderò la bacchetta, puntandola dritta verso il ragazzo – “Stupef..”
“Questa la prendo io” – decretò Ruby, sopraggiungendo alle sue spalle e sfilandole di mano la bacchetta prima che potesse concludere l’incantesimo.
“Ridammela!” – strillò la biondina, saltando più che poteva per afferrare il pezzo di legno che Rubin teneva in alto, fuori dalla sua portata.
“Merlino, Deja, smettila di comportarti come una bambina di tre anni” – sibilò Phoebe, la punta della scarpa sinistra che picchiettava nervosamente sul pavimento. Odiava quando faceva i capricci. La odiava.
Perchè per lei non c’era cosa peggiore al mondo che doverla punire o rimproverare.
Si sentiva già abbastanza in colpa, nei suoi confronti. Che senso aveva aggravare ulteriormente quel pesante fardello?
Ma Deja sembrava non capire. Dopottutto, non poteva davvero.
“E non prendertela con Ruby” – continuò, mentre la piccola indirizzava una linguaccia alla strega che aveva osato sottrargli la bacchetta – “Ti ha fatto un favore: potrebbero espellerti da Hogwarts, se sapessero che usi la magia al di fuori della scuola”
“Non ho fatto magie. E nemmeno incantesimi” – si difese prontamente la sorella, negando l’evidenza.
“Come no” – berciò Fee, sempre più contrariata – “Se non ci sei riuscita è solo perchè qualcuno qui ha avuto il buonsenso di fermarti”
“Non ci sarebbe riuscita comunque” – la voce incolore di Trevor Onyx Locksley suscitò un fugace momento di stupore in coloro che tendevano a dimenticare anche troppo facilmente il suo stato.
Quello che era.
Ciò che sarebbe sempre stato.
Un Tyrannus.
“Appunto!” – riprese la piccola Mayfair, agganciandosi all’uscita del Serpeverde quasi fosse un punto a suo favore – “Se di fatto non schianto nessuno, è come se non usassi la magia. Quindi non sto infrangendo alcuna regola”
“Se lanci un Avada Kedavra, ma miri male, nessuno si fa niente. Ciò non vuol dire che non verrai processato, anzi, è molto probabile che finirai ad Azkaban comunque” – fu la perla di saggezza concessa da Draco Lucius Malfoy – “La soluzione, ovviamente, è avere una mira eccellente. Come la mia” – concluse serafico.
“Bel messaggio, Malfoy” – masticò Phoebe a denti stretti – “Davvero un gran bel messaggio...”
“Che vuoi, Mayfair...Non a tutti piacciono le mezze misure” – se ne uscì allusivo, un ghigno stampato in faccia e la sfida che gli brillava negli occhi – “Se proprio devi fare una cosa, allora falla come si deve.”
“Draco...” – tentò di intervenire Blaise, conscio che di quel passo il soggiorno si sarebbe trasformato presto in un sanguinoso campo di battaglia.
“Fossi in te non mi azzarderei a parlare di misure, Malfoy” – ribattè la strega, il sorriso obliquo – “Soprattutto perchè a dimezzarsi potrebbero essere le aspettative”
“Fee!” – Blaise alzò gli occhi al cielo, ben conscio che era ormai inutile tentare di fermarli.
Per tutta risposta Draco rise, una risata di scherno – “Se volessi, potrei farti avere una lunga lista di streghe pronte a sostenere il contrario”
Nei sette anni in cui era stato ad Hogwarts aveva collezionato un numero di conquiste davvero invidiabile. Una cosa, questa, che sapevano tutti.
“Me ne basterebbe una” – lo provocò Phoebe, nonostante tutto. Troppo indispettita, per ammettere che, in fondo, lui aveva detto il vero – “Soltanto una”
A queste parole, gli sguardi degli altri si spostarono quasi automaticamente su Hermione. La Medimaga arrossì d’imbarazzo, imprecando mentalmente alla volta di Phoebe che – seppur involontariamente – l’aveva messa in quella situazione.
“Zia Herm, perchè tutti ti fissano?” – domandò innocentemente Lance. Poi, non ricevendo alcuna risposta, la chiamò di nuovo – “Zia Herm? Zia Herm, perchè non dici niente?”
“Non sempre vale il detto che chi tace acconsente” – ridacchiò Rubin, a quanto pare l’unica a trovare quella situazione un vero e proprio spasso.
“Scusami, Herm. Non volevo tirarti di mezzo” – sospirò Fee un minuto dopo, tornando in sè quanto bastava per accorgersi del disagio dell’amica – “Resta il fatto che tuo marito è un grandissimo figlio di puttana. E su questo non si discute...”
“Fee” – Blaise puntò l’indice sulle ragazzine accovacciate davanti al baule e per nulla attente alla conversazione – “Non puoi farle la predica, se tu per prima infili un insulto in ogni frase..” – considerò a bassa voce.
Tre metri più in là, inginocchiata ai piedi del camino, Dory stava difatti armeggiando con la serratura del pesante baule. Deja le sedeva accanto.
La chiusura cedette con un suono secco e arrugginito. Dory si infilò per tre quarti dentro, cominciando a frugare tra vestiti, libri e quant’altro in cerca di qualcosa.
“Bella” – commentò Deja, prendendo una spessa corda rosa, due manici di legno chiaro alle estremità – “Posso provarla?”
Dory annuì distrattamente, mentre sollevava il fondo finto del baule, intrufolando le piccole dite al di sotto.
“Trovate!”
Trevor e Lance gettarono un’occhiata al mucchietto di vecchie fotografie che la ragazzina stava sparpagliando per terra, mentre Dejanira già saltellava a piedi pari lungo tutto il perimetro della stanza.
Sollevando gli occhi al cielo per via di quella bufera bionda alta si e no un metro che progettava di disfargli l’arredamento dell’intero salotto, Draco fece un cenno con la testa agli altri – “Andiamo di là” – affermò, indicando la stanza accanto, quella che ormai tutti consideravano una sorta di “sala riunioni” – “Questi mocciosi sono più chiassosi di una serra di Mandragole in pieno rinvaso”
Lo seguirono tutti, chi ridacchiando, chi sbuffando per la soglia di sopportazione praticamente nulla del giovane padrone di casa.
Rimase solo Abel, l’unico che alla fin fine non aveva nulla a che fare con il cristallo e le sue ricerche.
“Ottantotto...Ottantanove...Novanta...”
“Deja, puoi evitare di urlare a squarciagola?” – Abel Emerald Locksley indicò il camino – “Ho bisogno di parlare con la McGranitt, ma non riuscirò a sentire una sola parola se tu fai così”
“Novantuno...Novantadue...Sto tenendo il conto dei salti” – rispose la piccola, il respiro affannato – “Novantatre...”
“Contali a mente” – suggerì Trevor.
“Non posso! Poi mi confondo” – replicò la biondina, continuando a saltellare il lungo e in largo – “Novantaquattro, Novantacinque...”
“Ho capito” – si arrese il fratello maggiore – “Userò uno dei camini al primo piano” – Detto questo si avviò verso le scale, non senza gettare un’occhiata a Lance e a Trevor che sembrava volesse dire “tenetela d’occhio, io torno subito”.
“Guarda qui” – gattonando verso il divano, Dory allungò a Lance una foto. Le sopracciglia del Serpeverde s’incurvarono perplesse, mentre le iridi violette scrutavano attentamente le due figure in primo piano.
“Non capisco...”
Isadora lo fissò stralunata, prima di scoppiare a ridere scuotendo la testa – “Ma dai! Va bene che la faccia di mia nonna non ti dica niente, ma almeno la tua la saprai riconoscere, no?”
Le dita che stringevano la foto tremarono per un attimo.
Lancelot Rudiger Deveraux smise di respirare, gli occhi incollati su ogni millimetro di quel volto sorridente, stampato in bianco e nero.
Commosso, scioccato, incredulo.
Letteralmente sbigottito.

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