BOGGART*
A volte è difficile immaginare il peggio del peggio. L’illusione di essere preparati a tutto può all’improvviso svanire in una bolla di insensata realtà, e incubi di cui non eravamo nemmeno a conoscenza finiscono per guardarci dritti negli occhi…e nel cuore.[Hogwarts, 21 febbraio 1994 – h.16,45]
Il braccio ancora teso dinnanzi a sé, la mano che impugnava saldamente la bacchetta, stretta nella morsa decisa delle lunghe dita affusolate, Draco Malfoy riaprì gli occhi.
“Sfregiato!” – sibilò, fulminandolo con un’occhiata truce.
Il giovane mago in piedi a pochi passi da lui rimase a guardarlo in silenzio, l’espressione stranita.
“Che ci fai ancora qui? Levati dalle palle!” – sentenziò lapidario, abbassando però la bacchetta.
“Dici a me?”
Sbuffando seccato, Draco roteò le pupille – “No, a Merlino…Potter, vedi qualcun altro qui oltre a me e te? Ho da fare, per cui te lo ripeto per l’ultima volta: fuori-dai-coglioni. Chiaro il concetto?”
“Hai detto Potter” - asserì il moro, fissandolo perplesso – “Come fai a sapere il mio nome?”
“Non azzardarti a prendermi per il culo, Sfregiato. Non osare…” – sibilò il biondino a denti stretti, gli occhi che brillavano di rabbia crescente. Il braccio scattò all’istante, puntando al cuore del suo nemico di sempre.
“Stupeficium!”
Un lampo di luce verde saettò nell’aria.
“Protego!” – gridò il Bambino Sopravvissuto, la bacchetta sfilata dalla tasca del mantello a una velocità impressionante – “Ma sei impazzito? Tu…Tu…Tu hai appena cercato di schiantarmi!”
“E allora?” – berciò Draco, fissandolo con livore – “La cosa ti sorprende, Potter?”
Harry strabuzzò gli occhi, poi scosse leggermente la testa – “Tu non sei normale…”
“Io…cosa?!?” – insorse il Serpeverde, lo sguardo a metà tra l’oltraggiato e l’incredulo. Un eventuale spettatore avrebbe potuto giurare di aver visto del fumo uscire dalle sue narici dilatate. Un drago incazzato, né più né meno.
Il moro non si scompose – “Se ti sembra normale andare in giro a schiantare il primo che capita…” – le braccia conserte, si avvicinò di un passo, scrutandolo con attenzione – “Che poi…si può sapere tu chi sei?”
Il primo istinto di Draco fu quello di gettarglisi addosso e prenderlo a pugni.
Odiava essere preso in giro. Non lo sopportava proprio.
Si fermò all’ultimo, senza neanche sapere perché, rilassando le dita già serrate all’inverosimile.
C’era qualcosa che non quadrava. Decisamente.
Potter lo stava guardando, sembrava stesse veramente aspettando una sua risposta. Occhi inconcepibilmente sinceri, sbuffo spazientito compreso – “Allora?”
Draco vagliò velocemente tutte le motivazioni possibili – “Potter, razza di sfigato, tu hai battuto la testa!” – concluse infine.
“Io non ho battuto proprio un bel niente” – replicò l’altro risentito.
Malfoy non si diede per vinto - “C’è di mezzo un Oblivion, allora”
“Eh?”
Il Principe di Serpeverde sollevò gli occhi al cielo, desiderando ardentemente di poter incastonare il rivale tra le travi del soffitto – “Potter, qualcuno ti ha fatto il lavaggio del cervello” – asserì con un tono che non ammetteva repliche – “Non sono certo io, qui, quello che non ricorda più un cazzo…”
Sorprendentemente, l’altro scoppiò a ridere di gusto – “Stai dicendo che ho un’amnesia? Solo perché non ho la più pallida idea di come ti chiami? “
“Esattamente” – sillabò il biondino, rifilandogli un’occhiata di traverso che lo fece quanto meno tornare serio.
Harry sembrò meditarci sopra per una frazione di secondo, poi scosse la testa – “Ma per favore…che assurdità” – borbottò, avviandosi verso la porta – “Io mene vado”
Risentito per non essere stato preso in considerazione, Malfoy scattò come una molla – “Ecco, bravo, levati dalle palle… magari ti riesce di ritrovare il cervello, posto che tu ne abbia mai avuto uno...”
Il Grifondoro afferrò la maniglia, la spinse verso il basso, poi tirò verso di sé. E ne seguì un’imprecazione.
“L’hai chiusa a chiave” – bofonchiò.
“Non l’ho nemmeno toccata” – replicò infastidito l’altro – “E comunque, Potter, hai una bacchetta. Usala.”
Borbottando incomprensibilmente, Harry puntò la propria bacchetta sulla serratura – “Alohomora”
L’ingranaggio parve non muoversi di un millimetro.
“Non si apre” – si lamentò, indirizzando all’altro mago uno sguardo accusatorio.
Sbuffando sonoramente, Draco si avvicinò al Grifondoro - “L’ho sempre detto che sei un impedito, Sfregiato. Spostati!” – aggiunse, spintonandolo senza troppe cerimonie.
Bacchetta alla mano, gli occhi puntati appena sotto la maniglia della porta – “Alohomora”
Ancora niente.
“Dicevi?” – soffiò sarcastico il moretto. Per tutta risposta Draco sollevò il dito medio.
“E’ tutta colpa di Lupin” – bofonchiò Malfoy a denti stretti, un attimo dopo, prendendo a camminare avanti e indietro – “Lui e le sue fottute manie di sicurezza. Come se a qualcuno venisse in mente di entrare di nascosto per provare a…” – e s’interruppe.
“Provare a fare cosa?” – volle sapere l’altro.
“Niente”
“Ma…”
“Dacci un taglio Potter, ho detto
niente!”
Harry tacque per alcuni secondi, incerto sul da farsi – “E quindi?”
“Quindi siamo bloccati qui dentro, mi pare ovvio” – replicò incavolato – “Quel tuo professore da strapazzo avrà messo chissà quale incantesimo…come minimo uno di quelli complicati che usano ad Azkaban per sigillare le porte delle celle. Razza di un imbecille che non è altro…”
“Azkaban?” – ripeté il moro, disorientato.
“E’ la prigione del Mondo Magico, Potter” – spiegò sinteticamente il biondino.
“So benissimo cosa è Azkaban!” – protesto l’altro, risentito.
“Lo sai?” – gli fece eco Draco, la voce carica di ironia – “Strano, fino a due minuti fa non ricordavi nemmeno il mio nome…”
“Appunto” – rimarcò Harry senza scomporsi.
Il Principe di Serpeverde levò gli occhi al cielo – “Oh, lasciamo perdere…L’unica cosa che voglio ora è uscire di qui” – e così dicendo si avvicinò con fare bellicoso verso la porta incriminata.
Sembrò meditarci sopra mezzo secondo, quindi cominciò a prendere a calci l’uscio di legno massiccio.
“Così non risolvi niente” – fu la sensata considerazione che giunse alle sue spalle – “Non resta altro da fare che aspettare che qualcuno venga ad aprir…”
“Scordatelo!” – lo interruppe Draco, lapidario – “Io la notte qui con te non ce la passo, chiaro?”
“Notte? Via, sono sicuro che nel giro di qualche ora al massimo…”
“Svegliati, Potter” – lo rimbrottò il biondino – “Sono già le sei. Ciò significa che l’ultima lezione è finita da un pezzo, e che prima di domattina a nessuno verrà mai in mente di venire in questo stanza del cavolo!”
“Beh, ma si accorgeranno bene che manchiamo. Voglio dire, a cena non passeranno inosservati i nostri posti vuoti…” – si bloccò per una frazione di secondo, come colpito da un improvviso pensiero – “Tu a che Casa appartieni?”
Di fronte a quelle parole la mandibola di Malfoy minacciò di precipitare verso il basso.
“Grifondoro no di certo, mi ricorderei di te. Li conosco praticamente tutti” – continuò imperterrito l’altro, studiandolo poi con attenzione – “Tassorosso?”
“Cosa?!?!” – il grido strozzato di Draco apparve più simile al verso di qualche strano animale non ben identificato. Deglutì nervosamente, la gola secca, prendendo poi a tossicchiare quando la saliva gli andò di traverso.
“Ok, ho capito, non sei un Tassorosso” – replicò Harry, per nulla impressionato dal moto di pura indignazione che sembrava aver investito in pieno il giovane mago di fronte a lui – “Dunque, vediamo…Corvonero lo escluderei, non mi sembra che brilli di intelligenza. Quindi devi essere uno dei tanti Serpeverde” – concluse.
Indispettito per il tono usato, Draco lo fissò furente.
Lui? Uno dei tanti Serpeverde? Qualunque fosse il motivo dell’attuale – e a questo punto sperava momentanea – amnesia di Potter, una cosa era certa: il suo nemico di sempre stava raggiungendo livelli di insopportabilità mai varcati fino a quel momento.
“Fottiti, Potter”
“Siamo quel filino permalosi, vedo…” – gli fece notare, senza riuscire a reprimere un sorriso di scherno – “Ad ogni modo, stavo dicendo, i nostri rispettivi compagni noteranno la nostra assenza e verranno a cercarci”
“Noteranno la tua, forse” – replicò Draco con fare altezzoso – “Io posso assentarmi dove e quando mi pare, senza dare spiegazioni proprio a nessuno. Ma sono certo che non appena la Donnola e quella Mezzosangue della Granger si accorgeranno che manchi, ne faranno una questione di stato…”
Harry gli rivolse uno sguardo incredulo – “Come l’hai chiamata?”
Il biondino non si scompose – “Chi? Parli della Mezzosangue Zannuta?”
L’attimo dopo Harry gli era addosso, le dita dalle nocche sbiancate che strattonavano il colletto della camicia del Serpeverde mentre lo sbatteva contro il muro – “Non ti azzardare a rivolgerti a Hermione in quel modo, mi hai capito? Mai più”
“Potter” – ansimò Draco, la parete di pietra ruvida che gli premeva contro le vertebre e il respiro spezzato – “Ma che diavolo ti prende? Come se fosse la prima volta che io….” – s’interruppe, sgranando gli occhi – “Hermione? L’hai chiamata Hermione?”
Stupito da quella domanda, Harry allentò la presa – “E’ la mia migliore amica, come diavolo dovrei chiamarla?”
Ancora esterrefatto, Draco si liberò del tutto dalla stretta del Grifondoro – “Tu sai chi è la Granger. Tu la ricordi”
L’altro sbuffò esasperato – “Una volta per tutte, io so chi sono, ok? Mi chiamo Harry Potter e ricordo perfettamente tutto. Smettila con questa storia dell’amnesia, sta diventando leggermente fastidiosa” – proseguì con fare categorico – “E ora, di grazia, vuoi dirmi come ti chiami?”
“Lo sai benissimo il mio nome” – sibilò inviperito Draco.
“Evidentemente no, altrimenti non te lo starei chiedendo” – fu la pronta risposta. Il tono era così calmo, così sfacciatamente sincero…Draco conosceva Potter da troppo tempo per non sapere alla perfezione quando lui stava fingendo. Quando lo stava semplicemente prendendo per il culo.
Era sincero. Era orribilmente sincero.
Non si ricordava di lui. Quella era la pura verità.
Un brivido di terrore gli corse lungo la schiena. Inconsciamente si ritrovò a dare la colpa al freddo.
“Come si chiama il Preside di Hogwarts?” – sbottò di punto in bianco.
“Silente” – rispose automaticamente il moro, preso in contropiede. Dopo un attimo, giunse all’ovvia conclusione – “Stai testando la mia memoria?” – domandò basito.
“Tu rispondi” – insistette Draco, il volto tirato e la voce ferma – “Chi ti ha fatto la cicatrice che hai in fronte?”
Harry alzò gli occhi al cielo, prima di arrendersi all’evidenza che quell’insopportabile biondino non avrebbe comunque desistito – “Voldemort” – rispose.
“Il tuo ruolo nella squadra di Quidditch?”
“Cercatore”
“Il professore che più detesti? Di che Casa è capo?”
“Piton. Serpeverde.”
“Qual è l’animagus della McGranitt?”
“Gatto.”
“Nome del tuo gufo?”
“Edwige.”
“Di che colore è il tuo pigiama?”
“Blu” – Harry vide il ragazzo corrucciare la fronte e poi scuotere leggermente la testa, come a darsi dello stupido. Poi capì anche lui – “Aspetta un momento….Ma che razza di domanda è? Vuoi dire che sai il colore del mio pigiama?”
“No, io…non…” – arrancò Malfoy, a disagio. Era una domanda estremamente idiota, uscitagli chissà come in quell’interrogatorio a raffica a cui stava sottoponendo il Grifondoro – “Non importa. Tu continua a rispondere” – tagliò corto.
“Quando è stata la prima volta che ti ho chiamato Sfregiato?”
“Oggi?”
Draco gli rifilò un’occhiataccia – “Parlo sul serio, Potter”
“Anche io”
“Perché eravamo in punizione, la notte in cui abbiamo trovato l’unicorno morto nella Foresta Proibita?”
Harry lo guardò sorpreso – “L’ho trovato da solo quell’unicorno” – obiettò – “La McGranitt aveva messo me, Herm e Neville in punizione perché gironzolavamo per il castello oltre l’orario consentito. Punizione che abbiamo scontato con Hagrid, me lo ricordo bene. Ci ha divisi in due gruppi, lui con Hermione e Neville, io con Thor”
“Sbagli, Potter” – lo contraddisse il biondino – “C’ero anche io insieme a te e a quel lurido cagnaccio”
“No, non c’eri”
“Invece ti dico di sì!”
Harry sembrò penarci un attimo su, poi scrollò le spalle – “A me sembra proprio di no. Ma se tu sei tanto convinto, vorrà dire che ricordo male io…”
“Ricordi male? Potter, stai dicendo che quella sera non ero lì, dannazione!”
“Me lo sarò scordato, ok? Va bene così? Basta che la smetti…”
“No che non va bene. Non va affatto bene. Non va bene per niente!” – strillò Draco, ormai prossimo a una crisi nervosa.
“E’ tanto grave? Voglio dire …c’eri o non c’eri quella sera…Ma chi se lo ricorda…a me sembra di no, tu dici di si…è poi così importante?
“Nessuno si dimentica di Draco Lucius Malfoy. Nessuno.” – fu la ghiacciante replica del Serpeverde. La voce fredda, lo sguardo di piombo – “Tu per primo. Capito, Potter?”
Ben poco impressionato dal repentino cambiamento d’umore del suo compagno di scuola, Harry sembrò prestare una particolare attenzione a un’altra cosa che aveva appena detto.
“
Draco?!? Ma che razza di nome è?” – volle sapere, stupito.
“Il mio, Potter” - ribattè infastidito - “Qualche problema?”
“No, no…E’ solo che….nh, lasciamo perdere…” - farfugliò il Grifondoro senza alcuna parvenza di connessione logica - “Ascolta, Draco, io credo che…”
“Non chiamarmi così” – insorse il biondino.
Harry lo fissò come se gli avesse appena dato di volta il cervello - “Ma hai appena detto che è il tuo nome!”
“Sì, ma tu non lo usi” – gli gridò in faccia, ormai fuori di sé – “Non lo hai mai usato!”
“E’ perché fino a due minuti fa non lo sapevo” – obiettò Potter, inarcando un sopracciglio di fronte all’evidente pallore dell’altro – “Hey, sicuro di sentirti bene?”
Draco non rispose. Si sentiva come se avesse appena superato il punto di non ritorno.
Psicologicamente stremato, lasciò scivolare la schiena lungo la parete, accasciandosi sul pavimento.
La testa tra le mani, serrò le palpebre con forza.
Non poteva essere vero, non poteva. Potter non lo riconosceva davvero.
Negava tutto ciò che lo riguardava, quasi non fosse mai esistito.
Un pensiero angosciante gli passò per la mente.
Lui non esisteva.“Potter, conosci un certo Lucius Malfoy?” – non riuscì a trattenersi dal chiedere, la voce malferma, quasi temesse la risposta.
“Che domande…chiunque nel Mondo Magico sa chi è Lucius Malfoy” – rispose il moro con tono scontato, prima di incupire lo sguardo e aggiungere – “Putroppo”
Draco sorvolò il commento senza battere ciglio. In quel momento il suo ultimo pensiero era quello di difendere il nome della sua famiglia – “E’ mio padre” – affermò invece.
Un lampo di sorpresa saettò nelle iridi smeraldine, dileguandosi l’istante successivo – “Capisco”
“Capisci cosa?” – ribattè Draco, lo sguardo indagatore.
“Niente, dicevo così per dire” – soffiò esasperato – “Hai detto che è tuo padre, punto. Che diavolo ti dovrei rispondere?”
Un tremulo bagliore di speranza si accese negli occhi del Serpeverde – “Quindi…ti risulta?”
“Che Lucius Malfoy abbia un figlio?” – specificò Potter – “Si, certo. Devo aver letto anche un articolo in proposito, sulla Gazzetta credo…ma non avevo idea che fossi tu. Insomma, diciamocelo, può capitare…ci sono centinaia di studenti ad Hogwarts, non è possibile ricordarsi i nomi e volti di tutti, no?
La cruda verità colpì Malfoy come uno schiaffo.
Draco Lucius Malfoy esisteva. Esisteva per tutto il Mondo Magico.
Ma non per Harry Potter. Questo era forse anche peggio dell’idea di non esistere affatto.
Potter non si ricordava di lui, non l’aveva mai notato. Pura e semplice indifferenza.
Avvertì di nuovo un brivido lungo la schiena. No, non era il freddo.
Era la paura. Paura folle, insostenibile.
A Potter non importava un fico secco di lui. Da nessun punto di vista.
Amico fidato, compagno di scuola, acerrimo nemico, amante, piaga personale, amore segreto, spina nel fianco…
Lui non era niente agli occhi di Harry Potter. Niente.
Sigillò le palpebre per impedire a una lacrima di dolore di rotolare lungo la sua guancia emaciata.
Era un incubo. E non aveva la più pallida idea di come uscirne.
Aveva convissuto per tre anni con una terribile consapevolezza. A lui Harry Potter piaceva. Piaceva molto.
Ma quando l’aveva realizzato, era già troppo tardi.
Si erano dichiarati guerra praticamente il primo giorno di scuola. Un conflitto eterno, senza esclusione di colpi.
Aveva più avanti capito la vera natura dei suo sentimenti per Potter, aveva dovuto lottare contro sé stesso per riuscire ad accettarli…e alla fine si era dovuto rassegnare all’idea che le cose non sarebbero comunque cambiate.
Potter sorrideva spesso, ma mai a lui. Era amichevole con tutti, ma per lui avrebbe avuto sempre e solo parole di disprezzo.
Se l’era cercata, in fondo. Aveva fatto di lui la sua nemesi per eccellenza, talvolta la sua unica ragione di vita.
Sì, proprio così. Delle volte gli sembrava di vivere solo per il gusto di infastidire Potter. Di prenderlo in giro, e offenderlo, per poi vederlo reagire. Subire i suoi contrattacchi gli causava dei vergognosi moti di contentezza.
Perché qualsiasi insulto il moro gli rifilasse per tutta risposta, qualsiasi pugno che mirava a fargli un occhio nero…tutto veniva fatto espressamente per lui, per Draco Malfoy.
Senza questo, lui non era niente. Valeva la pena vivere, perché Potter lo teneva d’occhio.
Sfoggiava cattiveria a dismisura, volutamente – anche nei rari giorni in cui forse si sentiva più buono – perché sapeva che così facendo Potter non avrebbe distolto lo sguardo da lui.
Tutto calcolato, minuziosamente programmato. Ogni suo gesto, ogni sua parola… era per Harry Potter.
E adesso…adesso non gli era rimasto niente. Nemmeno il suo rancore, il suo disprezzo. Il suo odio.
“Mi spiace” – lo sentì sussurrare, e quelle parole gli fecero quasi venire la nausea – “Non pensavo ci saresti rimasto male, sinceramente continuo a non capirne il motivo. Tu non sei nessuno per me, ma questo cosa cambia? L’importante è cercare di capire come uscire da qui, no?”
Tu non sei nessuno per me.
Tu non sei nessuno per me.Una frase che sembrò risuonare all’infinito nella testa di Draco, un’eco che permeava le sue membra, fendendogli il cuore come una raffica di pugnalate.
Tremando visibilmente, si rannicchiò ancora di più nell’angolo, le braccia avvolte attorno alle ginocchia ripiegate. E con gli occhi tenacemente serrati, pose l’ultima fatidica domanda.
“Tu mi odi, Potter?”
L’attimo di silenzio che seguì parve infinito. Sentiva i battiti accelerati del proprio cuore pulsargli nelle orecchie. Un ronzio si levò piano, dal nulla. Ma forse era solo nella sua testa.
“No.”
Draco si era già portato le mani alle orecchie, premendole con forza per attutire qualsiasi suono. Ma era stato troppo tardi, quel singolo monosillabo gli era entrato dentro. Avvelenandogli l’anima, sbriciolandogli il cuore.
Avrebbe tenuto gli occhi chiusi finché tutto non fosse finito. Non poteva guardarlo ancora negli occhi.
La paura di cosa avrebbe scorto in quelle iridi verdi era troppa.
Lacrime calde scivolarono dalle sue palpebre abbassate. Le ignorò, rimanendo immobile, la testa che minacciava di esplodere.
Anche il respiro sembrava venirgli meno. Si sentiva debole, sfinito.
Prosciugato dall’angoscia e terrorizzato all’idea che quell’incubo non avrebbe mai visto la fine.
L’istinto lo portò a isolarsi, chiudendosi nel dolore per sfuggire alla sua più grande paura.
Ignorò Harry, la stanza che li circondava. Tutto quanto.
Le mani ancora schiacciate contro le orecchie, per impedire ai timpani di carpire qualsiasi altro suono.
Aveva già sentito abbastanza.
Lentamente, quasi inconsciamente, scivolò in uno stato di inusuale torpore. Passarono i minuti, poi le ore.
Due occhiaie profonde segnavano il suo volto pallido di stanchezza. Rimase accovacciato in quella posizione statica per un tempo indefinito, sospeso da qualche parte tra il dormiveglia e il sonno più profondo, tipico del rilassamento che fa seguito a un evento particolarmente denso di tensione.
Furono i primi raggi del sole a svegliarlo. Fasci chiari e tiepidi che si rifrangevano contro i vetri smerigliati delle alte finestre, illuminando il suo viso ora più sereno e rendendo insopportabilmente luminoso il buio al di sotto delle sue palpebre.
Aprì gli occhi quasi senza riflettere. Il pensiero di Harry lo colpì all’improvviso, mentre i ricordi del giorno prima tornava a farsi nitidi nella sua mente ancora intorpidita dal sonno.
Roteò le pupille, aspettandosi di vederlo seduto da qualche parte o in piedi appoggiato all’armadio. Ma del Grifondoro, nessuna traccia.
Si voltò verso la porta, e la sua bocca si spalancò di sorpresa nel vederla aperta.
Potter se ne era andato. Aveva trovato il modo di uscire, o qualcuno era venuto ad aprire.
Fatto restava che non era più lì.
Si alzò da terra, sgranchendosi le gambe e massaggiandosi il collo indolenzito per la posizione scomoda in cui aveva passato tutta la notte. Le dita scivolarono più volte tra i capelli arruffati, lisciandoli all’indietro in un gesto a cui dedicava una morbosa attenzione al mattino ma che quel giorno appariva più disinteressato che mai.
La mente più lucida e la testa meno dolorante della sera prima, riconsiderò i fatti accaduti.
Faceva ancora male, dannatamente male. Ma la paura era diminuita.
Forse perché Potter non era più di fronte a lui, guardandolo come se non capisse minimamente la natura del suo problema. O forse perché era arrivato il momento di reagire, di lasciare spazio alla rabbia che andava montando dentro di lui.
Il timore che lo aveva annientato solo poche ore prima, lasciandolo a terra come un guscio vuoto e inerme, venne via via soppiantato dal desiderio di rivalsa. Sentiva il bisogno di affrontarlo di nuovo, un’urgenza che si sarebbe placata solo quando gli avesse gridato in faccia tutto il dolore che gli aveva inutilmente causato.
Era di nuovo Draco Malfoy.
E per Merlino, stavolta Potter se ne sarebbe ricordato. A costo di fargli sputare sangue. A costo di scioccarlo con la più imbarazzante delle dichiarazioni troppo a lungo taciute.
Rinvigorito da una scarica di adrenalina, marciò con determinazione fuori dalla stanza che lo aveva visto prigioniero.
Inforcò un paio di corridoi a caso, incrociando gruppetti di studenti assonnati diretti verso la Sala Grande e realizzando che doveva ormai essere ora di colazione. Girato l’angolo si imbatté nel Professor Lupin, scarmigliato e malandato come sempre. E non riuscì a impedirsi di rovesciargli addosso una minima parte della rabbia che stava covando.
“Qualcuno dovrebbe farle rapporto, lo sa?” – lo investì il biodino, furente – “Quando dirò a mio padre cosa ho dovuto passare per colpa delle sue stupide fisse…ah, se ne pentirà. Se ne pentirà eccome! Ma dica la verità, lei prima lavorava ad Azkaban, vero? Prima di fare l’insegnante, intendo..”
Lupin lo guardò stranito, la fronte corrucciata – “Di cosa stai parlando?”
“Oh, non faccia finta di niente. Io so tutto! Tutto, mi ha capito?” – rincarò, fuori di sé – “Quell’incantesimo che ha usato per chiudere la porta. Sono certo che lo usava per le celle dei detenuti. Ah, ma quando mio padre saprà che lei mi ha rinchiuso in quel buco come un…come un…”
“Malfoy” – lo interruppe il mago, preoccupato – “Sicuro di sentirti bene?”
“Io sto benissimo!” – lo rimbeccò il Serpeverde, fregandosene altamente del rispetto che era solito mostrare anche al più insopportabile degli insegnanti – “Ma lei non la passerà liscia. E neanche lo Sfregiato, stia sicuro!”
Lupin scosse la testa, confuso. Il biondino continuava a blaterare cose senza senso, mentre lui passava in rassegna il volto provato del suo studente e gli abiti spiegazzati.
“Mi sembri a pezzi, che ti è successo?” – indagò con calma, e di fronte al silenzio assoluto dell’allievo non potè fare altro che sospirare, arrendendosi. Frugò nella tasca dei pantaloni, porgendogli poi una piccola stecca avvolta in carta argentata – “Cioccolato. Prendilo, ti tirerà un po’ su”
Basito, Draco rimase a fissare la tavoletta. Lupin era assurdamente normale, incredibilmente calmo, come se tutte le cose che gli aveva appena detto non l’avessero minimamente turbato.
Al contrario, lui si sentiva come se avesse appena fatto una colossale figura di merda.
“N-no” – balbettò, allontanandosi di un passo – “Io non…non…va bene così” – farfugliò velocemente, prima di voltargli le spalle e allontanarsi il più in fretta possibile.
Ci mise dieci minuti buoni a scovare Harry Potter. O meglio, il Trio dei Miracoli.
Sì, perché la sua nemesi raramente girava sola per il castello. C’erano sempre la Donnola e la Mezzosangue tra i piedi.
“Sfregiato!” – lo apostrofò marciando verso di lui con aria furibonda.
Harry si sistemò gli occhiali sul naso, mettendo a fuoco quel tornado biondo in fase di minaccioso avvicinamento – “Di qualsiasi cosa si tratti, non ho tempo” – cercò di tagliare corto.
“Sai benissimo perché sono qui” – tuonò il Serpeverde, afferrandolo per un braccio e strattonandolo malamente. Poi incenerì gli altri due Grifondoro con lo sguardo – “Toglietevi dai piedi!”
Hermione fece per ribattere a tono ma Harry la fermò con un’occhiata eloquente – “Andate avanti, vi raggiungo tra un attimo…”
“Harry, sei sicuro?” – chiese Ron, dubbioso.
Il moro annuì, mentre veniva trascinato via dagli amici – “Di qualunque cosa si tratti…prima la finiamo e meglio è. Tenetemi da parte un muffin” – aggiunse poi, con un sorriso sghembo.
Hermione e Ron rimasero a guardare ammutoliti Draco Malfoy trascinare il loro migliore amico fino in fondo al corridoio, e poi svoltare l’angolo. Si scambiarono un’occhiata perplessa, e con un “siamo alle solite” s’incamminarono verso la Sala Grande.
“Allora, che c’è adesso?” – soffiò infastidito Potter, liberandosi dalla presa del biondino.
“Lo sai benissimo!”
“Illuminami”
“Credi di essere spiritoso, eh, Potter?” – il volto di Draco era insolitamente colorito, quasi rosso di rabbia.
“No, credo di no” - replicò l’altro – “Ma affamato lo sono di sicuro. Quindi se volessi farmi il piacere di sbrigarti e dirmi che diavolo vuoi da me…”
“Tu non devi permetterti di dimenticare chi sono!” – gli urlò in faccia Draco – “Io sono io, ok? E tu mi odi, mi hai sempre odiato e farai bene a continuare a farlo, siamo intesi?”
Il Grifondoro lo fissò smarrito – “Eh?”
“Stavolta non attacca, Potter. Non fare quello che non sa di cosa sto parlando” – proseguì irritato – “Non esiste che non ti ricordi di me, chiaro? Non osare dirlo un’altra volta! E non ti azzardare anche solo a pensarlo o diventerò Legillimens apposta per tenerti d’occhio!”
Straparlava, ormai. E Harry insisteva a mantenere quell’espressione assurdamente confusa.
“Un’ultima cosa” – sibilò, afferrandolo per il colletto della camicia come Potter aveva fatto con lui il giorno prima – “Io la sera in cui è stato trovato l’unicorno morto c’ero. C’ero eccome, capito?”
Poteva sembrare stupido, ma ribadire l’autenticità di tutto quello che avevano passato assieme gli sembrava quanto mai di vitale importanza. Dettagli, episodi stupidi…tutto meritava di essere ricordato. Tutto ciò che avevano vissuto assieme.
Sorprendentemente, Harry scoppiò a ridere – “Certo che c’eri, Malfoy, e te la sei subito data a gambe per la paura” – lo prese in giro – “Persino quel codardo di Thor ci ha pensato due volte prima di tagliare la corda…”
“Non sono scappato!” – s’infiammò subito Draco, pur dovendo tra sé riconoscere che – tecnicamente – era vero.
“Se fossi rimasto ancora un secondo te la saresti fatta addosso” – lo punzecchiò il Grifondoro.
“Stupeficium!” – bacchetta alla mano Draco non ci pensò due volte prima di scagliare l’incantesimo.
“Protego!” – con la tranquillità di uno che era abituato ad assistere quotidianamente ad episodi del genere, Harry deviò il fascio di luce.
“Paura, Potter?” – lo sfidò Draco, sorridendo sarcastico.
Harry rispose al sorriso – “Ti piacerebbe, Malfoy”
A quelle parole, il viso di Draco si fece di pietra. Tutto preso da quella schermaglia che sapeva così tanto di normale, non aveva fatto caso alla cosa più importante.
“T-tu ricordi?” – balbettò, ripensando alla storia dell’unicorno. Un’altra verità lo colpì l’istante successivo , illuminandogli lo sguardo – “Mi hai chiamato per nome! Non come hai fatto ieri…hai detto proprio Malfoy, ho sentito benissimo! E il torno che hai usato è quello che usi sempre quando…”
“Malfoy” – lo interruppe Harry, e di nuovo gli occhi del biondino brillarono inspiegabilmente – “Si può sapere che ti prende? Hai per caso sbattuto la testa?”
L’allusione non voluta al colpo in testa fece scoppiare a ridere il Serpeverde.
Rideva, Draco Malfoy. Contento come mai Harry Potter l’aveva visto.
E la cosa, da un certo punto di vista, poteva anche sembrare preoccupante.
“Tu ti ricordi! Sai chi sono…” – continuava a ripetere come un disco rotto.
“Non ho davvero idea di cosa tu stia parlando, Malfoy” – affermò ancora una volta il Bambino Sopravvissuto, prima di scuotere la testa e arrendersi al fatto che con tutta probabilità non sarebbe mai riuscito a capire di cosa stessero parlando – “Se non c’è altro, ora scusami ma vorrei andare a fare colazione…”
Stranamente, Draco si fece da parte senza proferire parola. L’espressione un po’ più ridimensionata, ma pur sempre incredibilmente felice per uno come lui.
“Bene” – riuscì solo a commentare – “Allora presumo che ci vedremo dopo a lezione”
Impreparato a rispondere a una considerazione del tutto priva delle solite velenosità, Harry si limitò ad annuire, incamminandosi poi lungo il corridoio che conduceva alla Sala Grande.
Dopo qualche passo si voltò a guardare di nuovo il Principe di Serpeverde.
“E’ così importante che io mi ricordi di te?” – si ritrovò a chiedere, stupendosi per primo della sua stessa domanda.
Lo sguardo carico di significati che solo in futuro sarebbe riuscito a decifrare, Draco rimase per un attimo in silenzio. Occhi limpidi e illuminati da una disarmante verità.
“Sì.”
[Hogwarts, 21 febbraio 1994 – h.16,15]“Avanti il prossimo!”
Remus Lupin fece cenno a Neville di avanzare, reprimendo un sorriso nel vedere il pomo d’adamo del ragazzo andare su e giù per l’agitazione.
“Coraggio” – lo esortò, puntando poi la bacchetta verso l’imponente armadio ad un anta che troneggiava in mezzo alla stanza.
Paciock annuì poco convinto, impugnando a sua volta la bacchetta con dita tremanti.
L’armadio traballò un istante, quindi l’anta si aprì lentamente con un cigolio.
Sapeva cosa ne sarebbe uscito. Dopo un mese di esercitazioni, ormai lo sapevano tutti.
E infatti eccolo lì. Severus Piton.
Il molliccio dalle sembianze dell’acido Professore di Pozioni avanzò verso di lui, lo sguardo duro e le labbra stirate in una piega severa.
Neville senti il cuore mancare un battito, poi un altro. Respirò a fondo, facendosi coraggio.
Poteva farcela – si ripeté.
Ancora un attimo di esitazione, poi puntò la bacchetta sul volto dell’odiato insegnante.
“Riddikulus!” – esclamò a voce alta.
Piton era ancora lì, fermo davanti a lui. Solo che ora le sue labbra erano coperte da un’abbondante dose di rossetto, gli occhi decorati con finte lacrime e sul naso spiccava una grossa pallina rossa.
L’abbigliamento era qualcosa di assolutamente strepitoso: un camicione largo tutto colorato e provvisto di una serie di colletti svolazzanti. Al di sotto, un paio di pantaloni altrettanto larghi e stravaganti che terminavano sopra due scarpe smisuratamente grandi e bombate, di un allucinante color ciclamino.
Severus Piton, il più improbabile dei clown.
Neville scoppiò a ridere di gusto, seguito a ruota dai compagni.
“Ben fatto!” – approvò Lupin, prima di rivolgersi al resto della classe – “Il prossimo!”
Dopo Neville fu la volta di Padma Patil, poi toccò a Goyle, la Lovegood e infine Finnigan.
Ogni volta il molliccio assumeva una forma inquietante per poi dissolversi a comando nella più ridicola delle visioni. La lezione finì di lì a poco con il commento pienamente soddisfatto dell’insegnante – “Devo ammettere che state facendo grandi progressi” – affermò, passando in rassegna i volti degli studenti messi alla prova – “Controllare un Molliccio può sembrare una cosa facile, ma non lo è. Alcuni di voi hanno meno paure di altri, altri ancora devono invece convivere con incubi ben peggiori di quanto si potrebbe immaginare” – e così dicendo fissò intensamente il Bambino Sopravvissuto – “Ma sappiate che sono estremamente fiero di voi”
Tutti sembrarono apprezzare le parole del Professore.
Tutti, eccetto Draco Malfoy.
Le braccia conserte e il piede che picchiettava nervosamente sul pavimento, appariva oltremodo infastidito dal fatto che Lupin elogiasse i suoi compagni. In special modo Harry Potter.
Che poi, respingere un Molliccio non doveva certo essere chissà quale impresa.
Va bene, lui ancora non aveva provato. Ancora non era stato messo alla prova, anche se avrebbe voluto.
Ma quell’idiota di Lupin pretendeva di lavorare su piccoli gruppetti per volta, mentre il resto della classe rimaneva a fare da spettatore in attesa del proprio turno.
Il turno di Draco Malfoy non era ancora arrivato. E a lui questa cosa rodeva da matti.
Paciock aveva già sconfitto tre Mollicci nelle ultime due settimane, mentre lui non aveva ancora avuto il permesso di avvicinarsi a quello stramaledetto armadio.
Potter, poi, riscuoteva applausi a destra e a manca.
Insopportabile. Davvero insopportabile.
Aveva anche chiesto a Lupin di fargli provare, almeno una volta. E dover chiedere non era mai stata una cosa che Draco aveva fatto molto volentieri. Ma voleva vedere il suo Molliccio, e voleva sconfiggerlo con Harry Potter a guardarlo, in prima fila.
Perciò aveva ricacciato indietro lo snobbismo stile Malfoy e aveva chiesto il permesso a Lupin. Con tanto di per favore.
E lui…lui aveva avuto il coraggio di rispondergli di no, sostenendo che non lo vedeva pronto, che forse era meglio aspettare ancora un poco…e un altro mucchio di fesserie.
“Per oggi abbiamo finito, ci vediamo domani” – Lupin si era portato dall’altra parte della stanza e teneva aperta la porta mentre salutava gli alunni che a uno a uno gli sfilavano davanti.
Così, su due piedi, a Draco venne un’idea.
Un’idea a dir poco geniale.
Lupin non voleva dargli il suo Molliccio? Bene, se lo sarebbe preso da solo!
Approfittando del fatto che dietro di sé in coda c’era Tiger e che difficilmente avrebbe notato qualcosa, aspettò di essere in prossimità di una delle imponenti colonne di marmo quindi scivolò fuori dalla fila, nascondendosi nel cono d’ombra.
Vincent gli rivolse un’occhiata perplessa, e Draco gli fece segno di tacere portandosi l’indice alle labbra. Il compagno lo guardò con la solita aria persa, poi scrollò le spalle e tornò a camminare dietro gli altri.
Tempo due minuti e tutti furono fuori dalle scatole.
Trattenne il respiro quando sentì Lupin muovere un paio di passi nella sua direzione, e si appiattì ulteriormente contro la colonna. Un attimo di indecisione, poi il Professore tornò sui suoi passi, uscendo dalla stanza e chiudendo la porta dietro di sé.
Soddisfatto e carico di anticipazione, Draco resistette allo stupido impulso di saltellare in lungo e in largo per la stanza. Il suo Molliccio lo attendeva dentro quell’armadio.
Un banale incantesimo per fare aprire l’anta, e sarebbero stati faccia a faccia.
Certo, avrebbe dovuto rinunciare al pubblico e alla soddisfazione di vedere Potter inverdire di invidia, ma dopotutto sarebbe comunque stata un’ottima esercitazione.
E alla sua ufficialmente prima prova in pubblico, avrebbe riscosso le lodi di tutti.
Lanciò uno sguardo alla porta, ma a quella distanza non riuscì a capire se fosse chiusa o solo semplicemente socchiusa. Ad ogni modo, poco importava. A nessuno sarebbe venuto in mente di passare di lì, i professori si erano già probabilmente rintanati nei propri alloggi mentre gli studenti quasi sicuramente erano fuori a giocare a palle di neve in giardino, oppure chiusi al calduccio nelle rispettive Sale Comuni.
Era il momento perfetto.
Si avvicinò all’armadio, fremendo di eccitazione.
Impugno con dita salde la bacchetta e con un gesto preciso del polso fece scattare la chiusura che bloccava l’anta intarsiata.
“Avanti! Fatti sotto!” - il tono della voce era una miscela di sfida e incitazione - “Io non ho paura di te! Non ho proprio paura di niente e di nessuno!”
La bacchetta tesa in direzione dell’armadio, lo sguardo d’ardesia incredibilmente concentrato.
Sulla punta della lingua quella parola. Pronta per essere pronunciata.
Perché niente avrebbe potuto distrarlo o intimorirlo a tal punto da paralizzarlo.
Nulla avrebbe potuto prenderlo in contropiede, impedendogli di reagire all’istante.
Era preparato a tutto. Ma proprio a tutto.
E non appena il suo Molliccio fosse uscito da quel dannato armadio e avesse preso le sembianze che doveva prendere, lui l’avrebbe detto. Gridato ad alta voce.
Riddikulus.Spazio Autrice* Boggart è l’equivalente inglese di “Molliccio”. In realtà si tratta di una visione molto personale, e l’idea di Molliccio ha subito alcune modificazioni per via del taglio che volevo dare alla storia. L’originale è senza dubbio molto più terrificante e ad azione rapida. 

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